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tiffany hsu su nyfw: pragmatismo e vestibilità guidano le tendenze

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New York Fashion Week ha mostrato un cambiamento netto: le collezioni viste in passerella guardano sempre più alla vita reale e alla produzione su larga scala. Non si tratta di sacrificare creatività, bensì di ripensarla in chiave pratica — capi che possano funzionare tanto in vetrina quanto nelle catene di montaggio.

Tiffany Hsu, manager di Mytheresa con oltre dieci anni nel lusso digitale, mette in luce questo equilibrio tra invenzione e vendibilità. In un mercato segnato da ristrutturazioni e incertezze del retail, i brand che riescono a fondere estetica e potenzialità produttiva attirano l’attenzione di buyer, piattaforme di resale e distributori. È la combinazione di appeal visivo e scalabilità che oggi fa la differenza nelle scelte d’acquisto professionali.

Nuovo centro della conversazione è la donna di città: capi pensati per l’uso quotidiano, che uniscono stile e funzionalità. Questo non significa rinunciare al sorprendente, ma piuttosto tradurre l’innovazione in soluzioni portabili. Molti marchi hanno presentato linee facilmente industrializzabili — una strada che facilita il passaggio dalla passerella al negozio.

Esempi concreti arrivano da Lii e Kallmeyer, che hanno saputo mescolare proporzioni insolite con materiali studiati per la produzione. I buyer apprezzano scelte del genere perché rendono il prodotto attraente per il cliente finale e al tempo stesso più semplice da replicare su scala. La scalabilità, oggi, è un criterio strategico per definire prezzi e assortimenti.

Dal punto di vista operativo, questo orientamento promette di accelerare la rotazione di magazzino e a influenzare il mix di canali vendita. Gli analisti seguiranno con attenzione gli effetti su margini e comportamenti d’acquisto, ma l’indicazione di fondo è chiara: privilegiare capi vendibili riduce rischi e sprechi.

Una conseguenza pratica è la riduzione dei “pezzi solo passerella” — creazioni pensate esclusivamente per l’effetto scenico e difficili da produrre in serie. Molti brand preferiscono investire in collezioni che possono entrare nella filiera, abbassando gli sprechi e offrendo ai buyer maggiore certezza commerciale. Il filo che collega sfilata e punto vendita diventa così più solido.

Anche le modalità di incontro tra brand e operatori si stanno trasformando. Con calendari fitti e decisioni che devono essere rapide, i buyer optano sempre più per appuntamenti mirati in showroom anziché per la tradizionale prima fila. Giulia Romano, ex Google Ads specialist, nota come oggi si valuti con più attenzione il potenziale di vendita immediata e il tracciamento del customer journey: metriche concrete che pesano nelle scelte d’acquisto.

Questa focalizzazione sulle performance non ha però spinto la moda a rinunciare alla narrazione. Alcune collezioni hanno privilegiato riferimenti alla memoria e alla musica, inserendo pezzi che parlano di archivi personali o che si accompagnano a performance sonore. Altri designer hanno usato la passerella per denunciare temi sociali o per celebrare collaborazioni con comunità artigiane, introducendo tessuti e tecniche che raccontano storie locali.

Infine, la dimensione second hand guadagna terreno. Le piattaforme di resale hanno iniziato partnership con magazine e stilisti, segno che l’usato è ormai parte integrante dell’ecosistema moda. Mytheresa e altri osservano i giovani marchi con attenzione: chi dimostra visione e rigore esecutivo ha maggiori chance di crescere oltre i confini nazionali. La maturità progettuale e la chiarezza produttiva sono diventate asset fondamentali. Nei prossimi mesi sarà interessante vedere come questi cambiamenti si tradurranno in numeri: rotazioni, margini, performance nelle piattaforme secondarie e strategie di comunicazione che traducano le scelte creative in risultati misurabili.

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