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Come l’immagine ha trasformato il palco di Sanremo: dallo stile alla performance

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La relazione tra musica e immagine è diventata una lente potente per capire trasformazioni culturali e sociali. Nei materiali analizzati, i look sul palco non sono più semplici ornamenti: raccontano gusti collettivi, ruoli di genere e scelte strategiche legate ai media. Al Festival di Sanremo, ad esempio, l’estetica non accompagna più la canzone, ma si fonde con essa, creando una vera e propria scena unica in cui suono e visivo si sostengono a vicenda.

Negli archivi si trovano sempre più documenti che certificano questa svolta: programmi di produzione, piani wardrobe, schede trucco e report fotografici non sono occasionali ma parte integrante del processo. Le edizioni successive hanno aggiornato linee guida condivise tra direttori artistici, stylist e troupe, e sono nate strutture interne dedicate all’immagine, con budget e figure professionali coinvolte sin dalle prime fasi di preparazione.

Guardando indietro, l’evoluzione è evidente. Negli anni Cinquanta l’attenzione era rivolta soprattutto agli autori e ai compositori; l’esibizione dal vivo aveva un profilo scenico meno studiato. La vittoria del 1951 con “Grazie dei fiori” richiama un’epoca in cui il gesto simbolico aveva spazio ma poca costruzione mediatica. Col passare dei decenni, invece, la regia e il costume hanno preso piede: il modo di presentarsi su un palco è diventato un progetto curato, con ruoli ben definiti.

La professionalizzazione è stata particolarmente marcata a partire dagli anni Settanta. Dai parrucchieri celebri si è passati a un panorama dove couturier, costumisti e stylist giocano ruoli pubblici e decisivi. Questo spostamento non ha solo cambiato l’aspetto degli artisti, ma anche il racconto che i media fanno di loro e le strategie promozionali messe in campo.

I verbali di produzione e i cataloghi fotografici mostrano quanto sia pianificata la costruzione dell’immagine: sopralluoghi, prove costume, schede tecniche condivise e look coordinati diventano procedure standard. In molte note di regia compaiono atelier e acconciatori accreditati; scelte cromatiche e silhouette vengono discusse e approvate in anticipo, talvolta con il supporto di sponsor. Non è più improvvisazione, ma lavoro d’équipe.

Questa visibilità ha trasformato anche i protagonisti dietro le quinte. Alcuni costumisti e stylist hanno acquisito notorietà pubblica, diventando interlocutori mediatici e influenzando scelte artistiche e commerciali. Il loro ruolo supera la mera estetica: contribuiscono a definire l’identità di un performer e impattano sulle strategie di comunicazione.

Le conseguenze sono concrete: lo styling richiede budget dedicati, tempi di pianificazione e una rete di competenze che unisce moda e produzione musicale. Sul piano simbolico, l’immagine diventa strumento di identità artistica e guida la ricezione del pubblico, tracciando nuovi confini tra creatività, industria della moda e media.

Oggi si intravedono nuovi trend: maggiore trasparenza nei crediti di produzione e una documentazione più sistematica delle figure coinvolte. Le produzioni stanno formalizzando ruoli e responsabilità dello staff d’immagine; nelle prossime stagioni potrebbero emergere regolamentazioni contrattuali e una maggiore visibilità pubblica per questi professionisti.

Un altro passaggio decisivo è stato lo spostamento dall’enfasi sul dettaglio al progetto integrato del total look. Un singolo elemento — un taglio, un accessorio — può diventare simbolo riconoscibile, ma spesso è la costruzione complessiva a dare senso all’esibizione. Hairstylist e costumisti, anticipando tendenze internazionali, riscrivono l’interpretazione di un brano attraverso scelte visive coerenti con la musica.

Gli esempi concreti aiutano a capire: alla fine degli anni Settanta Anna Oxa mixò codici punk e glam, ridefinendo il ruolo dell’immagine nel racconto musicale; Loredana Bertè fece del corpo e del costume un linguaggio narrativo; più di recente, il lavoro di Nick Cerioni con Achille Lauro ha mostrato come l’abito possa diventare struttura stessa della performance, portando lo spettacolo su un piano inedito. Questo ha trasformato pratiche organizzative, figure professionali e il modo in cui il pubblico percepisce la musica.

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