Negli ultimi anni la moda sta abbandonando i tradizionali filati di cotone e poliestere per sperimentare materiali a impatto zero. Il cambiamento parte dal modo in cui le fibre vengono prodotte: funghi, proteine vegetali e persino scarti tessili diventano le nuove risorse per capi che, oltre a sembrare eleganti, promettono di ridurre drasticamente l’impronta ecologica del settore.
Questa trasformazione è alimentata da un crocevia di attori: designer, laboratori di ricerca, start-up biotecnologiche e iniziative legislative. Il risultato è un panorama in cui la sostenibilità non è più un add-on, ma un elemento integrato nella genesi stessa dell’abbigliamento.
Fibre bio-derivate: dal micelio alle proteine fermentate
Il micelio, la struttura sotterranea dei funghi, è stato trasformato in Ephea Uma, un materiale che replica l’aspetto e la sensazione della pelle senza alcun uso di animali. Bottega Veneta ha già lanciato una collezione di portafogli realizzati con questa innovazione, dimostrando che il lusso può nascere da un substrato fungino. Parallelamente, l’azienda giapponese Spiber utilizza la fermentazione microbica per generare proteine che, una volta filate, ricordano la seta. Questi filati possono essere impiegati puri oppure mescolati con fibre tradizionali, offrendo un’alternativa a basso consumo energetico.
Il ruolo di S|Style e del Material Innovation Lab
Il progetto S|Style, curato da Giorgia Cantarini in collaborazione con il Material Innovation Lab di Kering, ha invitato dieci designer emergenti a sperimentare queste nuove texture. Tra le proposte più significative, lo stilista Giuseppe Buccinnà ha presentato “Innovera”, un materiale animal-free realizzato con proteine vegetali, biopolimeri e componenti riciclati da pneumatici, lavorato dalla conceria Pasubio per ottenere un effetto simil-pelle. Questi esempi mostrano come la ricerca e la moda si stiano fondendo per creare una gamma sempre più ampia di fibre rigenerative.
Impegno di Marina Spadafora per le “tre P”
Marina Spadafora, stilista, docente e coordinatrice italiana di fashion Revolution, ha più volte sottolineato la necessità di coniugare Persone, Pianeta e Profitto. Nel 2019, insieme a 60 ONG, ha presentato una proposta di legge al Parlamento europeo che ha introdotto il divieto di distruggere gli invenduti e sanzioni per chi proclama pratiche sostenibili false. Spadafora evidenzia che il cambiamento è reale: “Il mio bambino dice spesso ‘I don’t need’, perché le nuove generazioni sono meno legate al possesso”. La sua esperienza dimostra che l’evoluzione è possibile quando le regole di mercato e i diritti dei lavoratori vengono messi al centro del dibattito.
Produzione a basso impatto: maglieria 3D, recupero scarti e upcycling
Il marchio giapponese CFCL, fondato da Yusuke Takahashi (ex-designer di Issey Miyake), ha introdotto una maglieria tridimensionale computerizzata. Questa tecnologia consente di lavorare il filato direttamente, eliminando i ritagli tipici del taglio tradizionale. CFCL utilizza inoltre poliestere riciclato e crea capi pensati per attraversare più stagioni, riducendo la necessità di rinnovo continuo del guardaroba.
Il recupero degli scarti in Brianza
In Brianza, l’azienda familiare Pulvera ha trasformato i residui tessili in polveri finissime che diventano materie prime per nuovi prodotti. Il risultato più noto è SILKI, una sedia stampata in 3D con una miscela biodegradabile arricchita da polvere di seta recuperata dagli scarti. Questo approccio chiude il ciclo produttivo, dimostrando che anche gli avanzi possono diventare elementi di design di alto valore.
Riparazione e rigenerazione nei negozi
Il network Prism, specializzato in upcycling e riparazione, riceve avanzi di tessuti, rimanenze o capi con piccoli difetti. Giovanni Lucchesi, fondatore, spiega che collaborazioni con marchi come Yamamay e Ovs consentono di dare nuova vita a resi e prodotti difettati, trasformandoli in articoli rivendibili. Il messaggio è chiaro: è più sostenibile progettare abiti con componenti sostituibili – cerniere, bottoni – e scegliere materiali duraturi, così da rendere la riparazione un’opzione più economica e desiderabile rispetto al consumo continuo.



