Nella serata del 9 luglio, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Maria Grazia Chiuri ha svelato la sua prima collezione Fendi Couture. Un evento che segna un nuovo capitolo per la maison romana, unendo passato e presente in un dialogo continuo.
Chiuri ha scelto di allontanarsi dagli eccessi spettacolari tradizionalmente associati all’alta moda, optando per un linguaggio più rarefatto e modernista. La sua couture procede per sottrazione, dove il lusso si misura nella precisione della costruzione, nella leggerezza dei materiali e nella libertà del corpo.
Un omaggio a Karl Lagerfeld e alla tradizione Fendi
Il filo conduttore della collezione è connesso agli esordi creativi di Karl Lagerfeld alla guida di Fendi. Chiuri guarda infatti a Histoire d’eau il fashion film che Lagerfeld commissionò nel 1977 a Jacques de Bascher per accompagnare la sua prima collezione prêt-à-porter per la maison. Questo racconto viene reinterpretato attraverso un nuovo cortometraggio con Pietro Castellitto, che fa da preludio alla sfilata.
La collezione Fendi Couture Autunno/Inverno 2026-ruota attorno al tema del desiderio, ma non assume mai i contorni della seduzione ostentata. Piuttosto, prende la forma di una sensualità spontanea, libera, quasi inconsapevole. Una femminilità ‘senza malizia’, come suggerisce la maison, che attraversa ogni silhouette senza mai trasformarsi in provocazione.
La mostra After Steps Through Work
La sfilata si è tenuta in concomitanza con l’apertura della mostra After Steps Through Work curata da Maria Luisa Frisa, che esplora il dialogo tra Fendi e Karl Lagerfeld. La mostra, ospitata nella stessa galleria, suggerisce una lettura preziosa: il lavoro non è ciò che conduce all’opera, ma ciò che continua ad abitarla. È nel fare, prima ancora che nell’immagine, che Fendi ha costruito la propria identità.
La couture come pratica collettiva
In questa collezione, l’autorialità smette di coincidere con una firma. Si manifesta, piuttosto, come una costellazione di competenze, in cui ogni atelier custodisce un sapere specifico e, insieme agli altri, costruisce un lessico comune. È questa, forse, la natura più profonda della couture secondo Fendi: non l’affermazione di un gesto individuale, ma una pratica collettiva nella quale la materia conserva la memoria delle mani che l’hanno attraversata.
Il Labyrinth il motivo concepito da Lagerfeld negli anni Ottanta, smette di essere un elemento decorativo e diventa una figura del pensiero. Il percorso creativo non procede per linearità, ma per deviazioni, ritorni, attraversamenti. Anche il dialogo con la Secessione Viennese e con Emilie Flöge evita la citazione erudita: le tuniche in bianco e nero che aprono la sfilata evocano una modernità che ha immaginato l’abito come spazio di emancipazione, prima ancora che come esercizio formale.
La sensualità e la leggerezza dei materiali
La sensualità nella collezione di Chiuri non cerca l’evidenza, ma la prossimità. Vive nelle trasparenze, nella luce che attraversa lo chiffon, nel ritmo dei ricami, nella pelle che affiora senza mai diventare dichiarazione. Più che mostrarsi, suggerisce. Il bianco e il nero accompagnano questa scelta con la discrezione di due colori che rinunciano a imporsi. Liberano lo sguardo, costringendolo a soffermarsi sulla materia: il velluto che assorbe la luce, la pelliccia alleggerita fino a perdere peso, le paillettes Art Déco che vibrano come riflessi più che come ornamento.
La disciplina della couture non si manifesta nella costrizione della struttura, ma nell’equilibrio quasi impercettibile tra costruzione e leggerezza. Le vite si abbassano, i cappotti assumono la morbidezza di una vestaglia, le giacche guardano al kimono, le cappe sembrano sottrarsi alla gravità. La forza della collezione è tutta nella disciplina della linea, nella leggerezza della costruzione e nella capacità di sottrarre anziché aggiungere.
Roma, in questo racconto, diventa un metodo di lettura: una città in cui arte, manifattura e memoria convivono senza mai separarsi davvero. La scelta della Galleria Nazionale non attribuisce alla moda uno statuto artistico; ricorda, piuttosto, che entrambe condividono una stessa responsabilità: dare forma al tempo. Roma, del resto, conosce da sempre il privilegio di prendere molto sul serio la bellezza senza privarla del piacere. È una città che non confonde mai l’eleganza con la gravità.


