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24 Luglio 2026

Valentina Dell’Amore trasforma lo spazio commerciale in un racconto visivo

Illum, l'azienda fiorentina, ha aperto a Roma uno showroom che va oltre l'esposizione di prodotti, trasformandosi in un'esperienza narrativa grazie al progetto di Valentina Dell'Amore

Valentina Dell'Amore trasforma lo spazio commerciale in un racconto visivo

Nel cuore di Roma, nel quartiere Trieste, è nato uno showroom che sfida le convenzioni. Illum, l’azienda fiorentina, ha scelto di trasformare il suo spazio commerciale in una macchina narrativa un luogo dove il design incontra il cinema e l’esperienza del visitatore diventa protagonista.

In un’epoca in cui i prodotti possono essere acquistati con un semplice click, l’interior designer Valentina Dell’Amore ha deciso di creare uno spazio che va oltre la semplice esposizione. Lo showroom Illum non è un semplice contenitore di oggetti, ma un ambiente che costruisce un immaginario che racconta storie attraverso la luce e il design.

Un viaggio cinematografico nel cuore di Roma

Al centro dello showroom, un grande schermo cinematografico attira l’attenzione. Di fronte ad esso, una fila di sedute recuperate dal Teatro Brancaccio restaurate e riportate in vita dopo aver fatto parte della scenografia del film La stranezza di Roberto Andò, girato all’interno del Teatro Valle. Queste poltrone non sono semplici arredi, ma parte integrante della scenografia, che invitano il visitatore a fermarsi e a immergersi in un’esperienza unica.

La luce, elemento fondamentale del progetto, non è solo una questione tecnica. È una materia progettuale luce di Roma, che attraversa lo spazio bianco e monocromatico, diventa il protagonista assoluto, capace di guidare lo sguardo e di creare emozioni.

Un alfabeto monocromatico in bianco e nero

Il progetto di Dell’Amore nasce da una demolizione quasi totale. Il vecchio negozio di quartiere, saturo di lampadine e minuterie elettriche, è stato svuotato e trasformato in una white cube rivestita in resina. Lo spazio, attraversato dalla luce naturale romana, è stato progettato per sottrazione: meno pareti, meno colori, meno rumore visivo. Tutto si riduce a un alfabeto monocromatico in bianco e nero, affinché siano gli oggetti a parlare.

Al piano terra, convivono capolavori di Gae AulentiVico MagistrettiMax IngrandGio Ponti e Achille Castiglioni. Al livello inferiore, il design contemporaneo di Michele De LucchiDavide Groppi e Formafantasma dimostra che la tecnologia può essere emozione. Non c’è nostalgia, non c’è competizione, ma una continuità di sguardo che attraversa generazioni diverse.

Oggetti che raccontano storie

Tra gli oggetti esposti, due vetrine provenienti da ambulatori medici, una realizzata a mano tra gli anni Trenta e Quaranta e una degli anni Cinquanta-Sessanta, convivono con scatole blu in cartone pressato appartenute a un vecchio studio fotografico. Poco distante, una semplice cassetta di legno porta ancora impressa una scritta capace di accendere un immaginario intero: Cinecittà. Questi dettagli, quasi invisibili, sono le piccole macchine del tempo che danno personalità allo spazio.

Persino la grande parete principale, modellata come un libro aperto, rinuncia alla materia per trasformarsi in superficie di proiezione. Cataloghi, filmati, contenuti digitali scorrono direttamente sul muro. La carta scompare, la luce prende il suo posto.

La luce che decide cosa guardare

Dell’Amore racconta con naturalezza che, mentre immaginava questo showroom, era incinta. Una condizione che modifica inevitabilmente la percezione del tempo, dello spazio e della concentrazione. Forse è anche per questo che l’architettura qui rinuncia all’esibizione e sceglie l’attesa, il movimento lento, la possibilità di cambiare continuamente forma.

Illum dimostra che progettare uno showroom oggi significa progettare una storia. La luce non serve soltanto a rendere visibili gli oggetti. Serve a decidere cosa merita di essere guardato, cosa ricordare e cosa lasciare nell’ombra. Il resto è arredamento.

Autore

Beatrice Bonaventura

Beatrice Bonaventura ricorda la decisione di lasciare le passerelle di Firenze dopo un servizio su sartorie locali; da allora guida scelte stilistiche pratiche per lettori. In redazione propone palette sobrie e mantiene un archivio personale di tagli e cartamodelli d’epoca.