Lo scorso settembre, durante una delle sfilate più seguite a Milano, la passerella è stata invasa da robot umanoidi. Il pubblico, affascinato dalla novità, ha applaudito e ha estratto gli smartphone, ma l’immagine che è rimasta impressa è stata quella di Miuccia Prada, il cui sguardo mescolava scetticismo, perplessità e un glaciale distacco. Quel fotogramma è rapidamente diventato un meme, simbolo di una società saturata di pixel, di una stanchezza visiva verso l’artificio tecnologico.
Poco dopo, il mondo del lusso ha risposto con un gesto inatteso. Le campagne festive di questo inverno hanno rinunciato a ogni forma di intelligenza artificiale e hanno ripreso il processo creativo più tradizionale: il disegno a mano. Prada e Dior hanno infatti lanciato due cortometraggi animati interamente realizzati con matite, pennelli e la precisione di mani esperte.
Prada porta la matita sul palco delle festività
Sotto la direzione creativa di Miuccia Prada e Raf Simons, la maison milanese ha presentato “Drawing Prada: Animated by Hand”. Il progetto è stato curato dal leggendario animatore Disney John Pomeroy, affiancato da un gruppo di giovani talenti internazionali – tra cui Sadie Sink e Maya Hawke – che hanno animato scenari invernali popolati da animali fantastici, il tutto tracciato a matita. La campagna celebra la maestria artigianale e la narrazione umana, rifiutando render iper-realistici e abbracciando la imperfezione del tratto che rende ogni immagine unica.
Il ruolo di John Pomeroy e i volti giovani
John Pomeroy, noto per aver contribuito a classici come “Il libro della giungla”, ha guidato gli illustratori verso un’estetica che mescola la nostalgia dei cartoni tradizionali con la freschezza delle nuove generazioni. Le performance di Sadie Sink e Maya Hawke si intrecciano con paesaggi disegnati a mano, creando un contrasto visivo che richiama lo spettatore a una esperienza più sensoriale rispetto al frenetico scroll dei feed digitali.
Dior ricrea una leggenda con l’animazione tradizionale
Alcune settimane dopo a Parigi, Dior ha svelato “Christian Dior’s Night in Color“, un corto diretto dal pluripremiato regista francese Sylvain Chomet. Il film racconta l’aneddoto del 1949 in cui l’attrice Marlene Dietrich ha imposto a Christian Dior di progettare l’intero guardaroba per il film di Hitchcock “Paura in palcoscenico”, altrimenti avrebbe rifiutato il ruolo. Il racconto, narrato da Robert Pattinson e arricchito da voci come Rihanna, è realizzato con le tecniche di animazione degli anni ’40, facendo rivivere l’epoca attraverso una palette di colori vivaci e movimenti a mano.
Il racconto di Dietrich e la sfida di Dior
Nel corto, la vigilia di Natale segna il momento in cui il regista decide di girare a colori, costringendo Dior a creare un abito “full of color”. Accompagnato da un’orda di api – soprannome affettuoso per le sarte di Dior – il designer riesce a confezionare un vestito fiabesco, simbolo della creatività che nasce dal contatto diretto tra mano e materiale, piuttosto che da algoritmi.
Un ritorno al disegno in un mondo digitale
Le due iniziative mostrano come il settore del lusso stia rispondendo a una crescente sensazione di saturazione provocata dall’uso massiccio di software di intelligenza artificiale. In un periodo in cui la finanza tecnologica spingeva per una perfezione fredda e standardizzata, la moda ha scelto di riscoprire il valore dell’errore umano e della graffettatura della materia. Questo cambiamento è riecheggiato anche nella Fondazione Prada, che da 5 novembre 2026 fino al 1 marzo 2027 ospita la mostra “Global antiquity: cultural interactions in Afroeurasian space 600 BCE–1000 CE”. Curata da Salvatore Settis e dall’architetto Rem Koolhaas, l’esposizione ricostruisce 1 600 anni di scambi culturali attraverso oltre 150 oggetti, dimostrando che la comunicazione tra civiltà è sempre stata più complessa di una semplice via commerciale.
Questa riflessione sul valore della manualità, unita all’esposizione che mette in luce le interazioni premoderne, sottolinea come la moda e la cultura stiano riscoprendo la necessità di un contatto fisico con il materiale. In un’era in cui le elezioni statunitensi hanno punito la tecnocrazia digitale, anche il lusso sembra aver capito che l’autenticità nasce dal gesto umano, non dal codice.



