Giorgio Pasotti, noto attore e ora regista di “Sotto a chi tocca” ha sempre sostenuto che lo sport è una pratica interiore più che estetica. Il suo regime quotidiano si limita a nuoto e pugilato: “Mai sollevato un peso in vita mia”, afferma, aggiungendo che queste discipline lo aiutano a mantenere alta la concentrazione sia sul set che nella vita privata.
Il doppio ruolo di attore-regista: una sfida emotiva
Il film, uscito nelle sale dall’8 ottobre, rappresenta la terza esperienza di Pasotti alla regia dopo “Io, Arlecchino” (2015) e “Abbi Fede” (2020). Regia, recitazione e direzione degli attori hanno richiesto una costante tensione emotiva. Pasotti confessa che dirigere e recitare contemporaneamente è stato “piuttosto faticoso”, ma aver al proprio fianco professionisti come Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio e Linda Messerklinger ha mitigato le difficoltà.
Un thriller psicologico con accenni di commedia cinica
La pellicola è stata definita da Pasotti un thriller psicologico con venature di commedia cinica ispirato all’opera teatrale catalana “Il metodo Grönholm” di Jordi Galceran. La trama si concentra su sei candidati chiusi in una stanza per un colloquio che si trasforma in un crudele gioco di eliminazione. La presenza di una talpa aziendale intensifica il clima di sospetto, mentre prove attitudinali assurde mettono alla prova ogni limite morale.
Tematiche attuali: competitività, cinismo e valore umano
Pasotti ha spiegato che il film nasce dal contesto attuale del mercato del lavoro dove la ricerca di un impiego stabile è sempre più difficile e il cariocosto della vita spinge a una competizione spietata. “L’asticella della competitività è salita di molto, portando con sé cinismo, cattiveria e una determinazione quasi ossessiva a conquistare il posto”, sostiene l’attore. Il regista vuole che il pubblico rifletta su dove tracciare i propri limiti etici di fronte a una corsa al successo che rischia di annichilirsi.
Torino come protagonista scenografico
Le riprese hanno avuto luogo interamente a Torino, sfruttando due grattacieli simbolici – quello della Regione Piemonte e quello di Intesa Sanpaolo – per dare al film una atmospfera di controllo e potere. Pasotti ha dichiarato che la città, con la sua eleganza e i suoi monumenti, è il palcoscenico ideale per raccontare una storia dove la bellezza esterna nasconde un dramma interno.
Il messaggio finale: il confine tra ambizione e integrità
Il regista spera che lo spettatore, dopo aver vissuto l’intensità del “gioco” proposto, riconosca l’importanza di fissare dei confini personali. “In questo meccanismo perverso spetta a ciascuno di noi decidere fino a dove spingersi”, afferma Pasotti, invitando a una presa di coscienza che metta al centro i valori umani piuttosto che la mera performance lavorativa.



