La terza giornata della Milano Fashion Week ha offerto un quadro ricco e articolato delle tendenze per l’autunno-inverno 2026/27, con sfilate che hanno alternato riferimenti storici, sperimentazioni sul layering e debutti creativi. Dai grandi nomi come Prada, Max Mara ed Emporio Armani, fino a marchi più niché, la capitale lombarda ha messo in scena una molteplicità di proposte che raccontano sia il vissuto individuale sia un’estetica collettiva in evoluzione.
La sfilata di Prada, firmata da Miuccia Prada e Raf Simons, ha ruotato attorno al concetto di layering declinato come vero e proprio dispositivo narrativo. La scelta di presentare 60 outfit attraverso 15 modelle che hanno ripetuto quattro uscite ciascuna ha trasformato la passerella in un palcoscenico dove gli abiti si spogliano e si ricompongono, esponendo strati di storia, emozioni e memoria. Gli accostamenti hanno unito sartorialità classica, pezzi sportivi e abiti in raso ricamato, con lavorazioni volutamente invecchiate che suggeriscono una vita già consumata.
Al centro del progetto c’è la riflessione sulla complessità dell’esistenza femminile: gli strati non sono solo elementi estetici ma simboli di identità plurali. Il gioco delle sovrapposizioni ha reso visibile la pluralità delle esperienze, mentre la patinatura e i ricami dall’effetto consumato hanno sottolineato il valore del tempo sul tessuto.
Max Mara ha presentato una collezione che si muove tra utilitarismo e riferimenti storici, ispirandosi a figure di potere femminile come Matilde di Canossa. La palette calda, che spazia dal nero al cioccolato fino al beige, e i volumi ampi — maxi gonne in cashmere, tuniche in pelle scamosciata e cappotti con inserti in nabuk — ricreano un guardaroba che pare sospeso fra epoche diverse.
L’effetto è quello di un neo-medievalismo rivisto in chiave contemporanea: dettagli metallici, stivali oltre il ginocchio e rivetti moderni conferiscono un senso di forza, mentre i materiali morbidi mantengono una lettura quotidiana e pratica.
Emporio Armani ha puntato sul dialogo fra maschile e femminile con una sfilata co-ed che muove dal tailoring britannico verso una sensibilità urbana italiana: trench, completi, cardigan lunghi e una presenza marcata del denim reinterpretato come tessuto prezioso. La scenografia di una scuola di musica ha suggerito un racconto di formazione e disciplina estetica.
Marni ha segnato un cambio di rotta con la nomina di Meryll Rogge: il marchio torna alle radici di una femminilità stratificata, giocando su contrasti di stampe, silhouette e materiali. Il motivo del cerchio ricorre come elemento identificativo, inserito in top e gonne che oscillano tra sportswear e massimalismo controllato.
Roberto Cavalli, sotto la guida creativa di Fausto Puglisi, ha confermato la propria vocazione al glamour scenografico: animalier e stampe floreali barocche coesistono con total black e contrappunti fucsia, tra velluto, chiffon e pizzo.
Brand come Genny e Florania hanno esplorato rispettivamente il romanticismo d’epoca e il grunge rielaborato con tocchi barocchi, mentre Anteprima ha proposto un guardaroba contemporaneo giocato su bianco, grigio chiaro e toni militari. Anche BOSS ha ribadito l’importanza della sartorialità personale, suggerendo aggiunte inaspettate come spille floreali o foulard per rendere unici i classici del tailoring.
Nel complesso, la giornata mette in evidenza come la moda contemporanea cerchi equilibrio fra memoria e funzionalità: molte collezioni rielaborano capi storici, reinserendoli in combinazioni che parlano del presente. Il tema ricorrente è la pluralità dell’identità, raccontata attraverso il linguaggio dei tessuti e delle sovrapposizioni.
Questa edizione della Milano Fashion Week conferma che la passerella rimane un terreno di sperimentazione simbolica, capace di trasformare abiti in dispositivi narrativi e di mettere a fuoco le contraddizioni di un tempo complesso, tra estetica e quotidianità.
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