Nel cuore del Parco Archeologico di Pompei, un capolavoro dell’arte classica è tornato a vivere. La ricostruzione in bronzo del Canone di Policleto presentata alla presenza del ministro della cultura Alessandro Giuli, del direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel e del procuratore di Torre Annunziata Nunzio Fragliasso, rappresenta un viaggio nel tempo alla scoperta della perfezione geometrica e anatomica che ha definito la bellezza per secoli.
L’iniziativa, realizzata partendo dalle matrici della storica Fonderia Chiurazzi, non è solo un omaggio all’arte classica, ma anche un simbolo di dialogo e identità culturale. Come ha sottolineato il ministro Giuli, la cultura è un potente strumento di diplomazia e formazione capace di creare armonie e disinnescare conflitti, proprio come il Canone di Policleto ha fatto con la sua perfezione formale.
La perfezione delle proporzioni: un viaggio nella bellezza classica
Il Canone di Policleto, realizzato intorno al 440 a.C., è un’opera che ha ridefinito la percezione del corpo umano nell’arte. Basandosi su principi matematici e proporzioni auree Policleto ha creato un modello di equilibrio ideale, noto come chiasmo che alterna tensioni e riposi per conferire al bronzo una dinamicità naturale e solenne.
La ricostruzione esposta a Pompei combina la struttura anatomica di una copia in marmo rinvenuta nella palestra sannitica con i dettagli del celebre ritratto bronzeo della testa proveniente dalla Villa dei Papiri a Ercolano. Questo approccio rigoroso, noto come critica delle copie permette di risalire all’archetipo confrontando le diverse varianti pervenute, restituendo così la figura di un giovane eroe, paradigma universale di bellezza.
Dettagli che raccontano una storia
Uno degli aspetti più affascinanti di questa ricostruzione è l’attenzione ai dettagli. A differenza delle statue in marmo bianche che siamo abituati a vedere nei musei, la scultura classica era spesso policroma. La nuova ricostruzione del Canone di Policleto presenta labbra rosse, capelli neri e occhi bruni proprio come le statue di bronzo originali, come i celebri bronzi di Riace.
Un altro dettaglio significativo è il giavellotto di legno che il Canone tiene nella mano sinistra. Questo elemento, realizzato nel materiale originale, sostituisce la lancia che si credeva fosse tenuta dal Doriforo, un’altra statua famosa di Policleto. La scelta di chiamare l’opera Canone riflette la volontà di mantenere fede al nome originale, evitando identificazioni errate.
Il recupero dei reperti: un impegno condiviso
La presentazione del Canone di Policleto è stata anche un’occasione per ribadire l’impegno per il recupero dei reperti sottratti al territorio. Il procuratore Fragliasso ha sottolineato l’importanza dell’opera diplomatica del Ministero per il ritorno della statua del Doriforo di Stabia dal Minneapolis Institute of Art a Castellammare di Stabia, dove deve stare, perché è uno di quei favolosi reperti archeologici che concorrono a formare l’identità culturale dell’Italia.
Il direttore Zuchtriegel ha ricordato che la conoscenza dell’arte greca del periodo classico non può prescindere dallo studio dei contesti romani, come quelli vesuviani che hanno restituito diverse copie del Canone. Senza i contesti, vale a dire le case e gli spazi pubblici che ospitavano le statue, non comprendiamo il fenomeno delle copie.
La ricostruzione del Canone di Policleto a Pompei è un esempio di come la ricerca scientifica e la tradizione artigiana possano lavorare insieme per valorizzare il patrimonio culturale. Un’opera che non solo celebra la bellezza, ma anche il dialogo e l’identità culturale, in un momento in cui la cultura è più che mai un strumento di unione e comprensione.



