Negli ultimi giorni Zendaya è tornata sotto i riflettori per una serie di motivi: tra indiscrezioni su un presunto matrimonio con Tom Holland e un nuovo taglio di capelli sfoggiato in passerella, la sua presenza pubblica è diventata un caso mediatico. Allo stesso modo l’apparizione agli ESSENCE Black Women in Hollywood 2026 ha scatenato conversazioni online non tanto per la sua performance quanto per l’abito scelto, un minidress bianco con un maxi fiore applicato sulla spalla destra che molti hanno riconosciuto all’istante.
Quello che può sembrare a prima vista un tributo a Carrie Bradshaw—personaggio legato indissolubilmente al guardaroba di Sex and the City—nasconde invece una genealogia più lunga. La storia del capo attraversa decenni, nomi di stilisti e dive dello spettacolo: dal design originale firmato Eugene Alexander alla versione cinematografica curata dalla costumista Patricia Field, fino alla reinterpretazione contemporanea firmata dallo stylist Law Roach per Zendaya.
Il modello che ha fatto il giro della rete nasce negli anni Ottanta dalla matita di Eugene Stutzman, noto anche come Eugene Alexander, creatore di abiti iperfemminili e ricchi di dettagli tridimensionali. La versione originale era più lunga e caratterizzata da tre fiori applicati sul lato superiore: un esempio di moda scenografica tipica di quei anni, pensata per la presenza visiva di star come Whitney Houston. La cantante portò questo capo in campagne promozionali nel 1987, contribuendo a cementarne lo status di immagine iconica.
Quando Whitney Houston indossò quel modello, non si trattò soltanto di un abito: fu un vero e proprio manifesto visivo, collegato a promozioni e scatti che finirono su importanti copertine. L’uso di fiore tridimensionale e finiture metalliche rese il capo immediatamente riconoscibile, trasformandolo in un elemento di stile che andava oltre la singola apparizione pubblica. In questo senso l’abito divenne un oggetto di cultura pop, capace di parlare anche alle generazioni successive.
Vent’anni dopo l’uscita degli scatti con Whitney, la costumista Patricia Field rimise mano al modello per inserirlo nel guardaroba di Carrie Bradshaw nel film del 2008. La versione scelta per Sex and the City: The Movie subì modifiche sostanziali: l’orlo fu accorciato e il decoro ridotto a un unico grande fiore, trasformando il capo in un simbolo di quel cinema che fa della moda un personaggio. La copia utilizzata in pellicola fu attribuita al marchio Caché, un dettaglio che aggiunse un livello di modernizzazione commerciale alla storia del vestito.
La scelta di Field dimostra come il costume possa ricreare e reinterpretare un’immagine preesistente. In questo caso, il capo di derivazione anni Ottanta venne rimodellato per raccontare il personaggio di Carrie: non più solo abbigliamento, ma linguaggio narrativo. La versione di Caché contribuì a rendere il vestito accessibile e al tempo stesso iconico per il pubblico di massa, aumentando la sua circolazione nella memoria collettiva.
All’evento ESSENCE Black Women in Hollywood 2026, Zendaya ha indossato una versione che richiama quella vista nel film: silhouette off-shoulder, drappeggi e il maxi fiore applicato con dettagli dorati. Lo stylist Law Roach ha condiviso le immagini sui social, parlando della felice ritrovata e sottolineando l’operazione di recupero d’archivio. Tuttavia, dietro al clamore mediatico c’è una possibile intenzione più profonda: l’abito può essere letto come un omaggio altrettanto significativo a Whitney Houston, la prima a rendere celebre il modello.
L’operazione di Zendaya non è soltanto un colpo di scena estetico: è un esempio di come la moda possa fungere da ponte tra generazioni. Riproporre un capo associato sia a Whitney Houston sia a Carrie Bradshaw significa intrecciare storie diverse — quella della musica, quella del cinema e quella della televisione — in un unico gesto di stile. Agli ESSENCE Black Women in Hollywood, premio che celebra il contributo delle donne nere all’industria, questo richiamo assume un peso simbolico ulteriore, trasformando il look in un possibile tributo alla memoria e all’eredità di un’artista nera che ha lasciato un segno profondo.
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