La stilista di Dublino ha debuttato nella moda maschile con uno spettacolo pensato per il Teatro della Pergola a Firenze, ospite speciale della centodicesima edizione di Pitti Uomo. La proposta unisce un approccio romantico alla concretezza sartoriale: camicie con colletti ampi, maglieria ricamata e scarpe in stile Oxford compongono un guardaroba pensato come un viaggio che parte dall’Irlanda e approda in Toscana.
La sfilata includeva in totale 37 look e si è sviluppata come un piccolo «Grand Tour» teatrale, dove i modelli diventavano personaggi e i palchi del teatro sono stati parte integrante della scena. L’idea è quella di ripensare i codici della designer, tradizionalmente femminili, in una chiave maschile che non rinuncia alla delicatezza né alla praticità.
Il linguaggio della collezione: sartoria, ricamo e archivi
La collezione primavera/estate presenta un mix di elementi classici e dettagli inattesi: abiti sartorialimaglieria con ricami, lino lavorato a mano e jersey a righe. Accanto a questi capi compaiono stampe d’archivio recuperate dal patrimonio creativo della designer, che richiamano motivi floreali e souvenir legati a scene teatrali e cittadine.
Dettagli tecnici e riferimenti estetici
Tra i particolari più evidenti: colletti ampi che richiamano un gusto d’epoca, salopette e grembiuli che rimandano a proporzioni infantili e a un’«innocenza consapevole», oltre a scarpe simili a scarpette da ballo in nappa, utilizzate come elemento di rottura rispetto ai canoni della moda maschile. La biancheria intima è stata proposta come capo esterno per suggerire vulnerabilità, mentre una sciarpa-boa in piume di organza è stata usata per sottolineare l’aspetto più teatrale dei look.
Radici personali e contaminazioni geografiche
La collezione nasce in dialogo con i luoghi che hanno formato la designer: Hong KongDublino e Londra sono territori culturali che emergono nei tessuti, nei volumi e nella sensibilità per il lavoro fatto a mano. La presenza di modulazioni ispirate all’isola e alle correnti culturali si riflette nella scelta dei materiali e nell’uso di decori e ricami manuali.
Il percorso espositivo della creatrice si allarga oltre la passerella: una mostra intitolata ECHO. Wrapped in Memory al MoMu di Anversa mette in dialogo i suoi abiti con opere tessili di Louise Bourgeois e con l’opera della coreografa Anne Teresa De Keersmaeker. Il concetto di «wrapped in memory» — avvolta nella memoria — ricorre come tema centrale, con capi esposti che mostrano usura, riparazioni e tracce del tempo.
La collezione museale e il valore degli archivi
La mostra attinge dalla Collezione del MoMu, che conserva oltre 38.000 pezzi. I conservatori tessili mettono a disposizione capi in diversi stati di degrado per raccontare storie personali: macchie, odori, strappi e rammendi rivelano informazioni sulla vita degli abiti e sulla loro funzione nel tempo.
Questo dialogo tra moda contemporanea e patrimonio tessile evidenzia come la progettazione possa nascere dall’osservazione attenta dei segni lasciati sui capi, trasformando memoria e manualità in elementi progettuali.
La dimensione familiare e le collaborazioni
Il lavoro della stilista è anche intrecciato alla storia familiare: il padre, John Rochastilista di origine hongkonghese, ha avuto un ruolo significativo nella formazione estetica e tecnica, mentre la madre Odette è sempre stata presente nella gestione e nel lavoro creativo. Il fratello Max ha aperto a Londra un bistrot chiamato Café Ceciliaper il quale Simone ha curato le divise e il padre ha collaborato all’interior design.
Nei dettagli di vita quotidiana emergono anche elementi gastronomici della loro tradizione: tra i piatti del bistrot figura un Guinness Breadmentre la stilista racconta di saper preparare il Soda Breadil pane irlandese a base di bicarbonato. Questi piccoli riferimenti domestici sono parte dell’ecosistema creativo che alimenta la sua pratica.
Simone Rocha presenta regolarmente la sua moda femminile a Londrae il debutto maschile a Firenze segna una nuova tappa nella sua carriera, riconnettendo la produzione contemporanea con memorie personali, pratiche artigianali e riferimenti culturali che spaziano dall’Irlanda a Hong Kong passando per la scena londinese.



