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Es Devlin e Homo Faber 2026: l’artista della luce a San Giorgio

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Nel panorama internazionale dell’arte scenica e delle installazioni, Es Devlin si distingue per la capacità di trasformare lo spazio attraverso il movimento e la luce. I suoi progetti hanno abitato teatri come la Scala e la Royal Opera House, grandi arene per eventi sportivi e i palchi di artisti come Beyoncé, U2 e Billie Eilish; esperienze che mescolano teatro, arte e design in ricordi condivisi. Durante la Design Week di Milano 2026, la sua Library of Light — una biblioteca rotante con duemila volumi nel cortile di Brera — ha catturato l’immaginazione pubblica celebrando la figura della matematica settecentesca Maria Gaetana Agnesi.

Oggi quella pratica si evolve e si amplia: Devlin è stata nominata direttrice creativa di Homo Faber 2026, la biennale dedicata all’artigianato che si svolgerà dall’1 al 30 settembre 2026 alla Fondazione Giorgio Cini. Sull’isola di San Giorgio lo studio dell’artista realizzerà quindici installazioni immersive tutte incentrate sull’uso della luce, progettate per mettere in dialogo la manualità degli artigiani con le potenzialità tecnologiche del presente.

Da Milano a Miami: l’evoluzione della biblioteca

Dopo Brera, Devlin ha portato il concetto oltre confine con Library of Us, una versione pensata per Art Basel Miami che ha mantenuto la struttura rotante ma ha spostato il focus verso il contesto sociale dei libri. L’opera è stata concepita come spazio di incontro e condivisione, ispirata al bookcrossing e alle letture pubbliche, ma anche come piattaforma di riflessione sulla libertà di parola. In Florida, la scelta dei testi ha rivelato come la censura influenzi le comunità: diversi titoli soggetti a divieti locali sono rimasti nell’allestimento, trasformandosi in un commento implicito sulle regole che governano l’accesso alla cultura.

Scelte editoriali e censura

Tra i volumi presenti a Miami, alcuni autori contemporanei come Toni Morrison, Margaret Atwood e Octavia E. Butler sono risultati soggetti a restrizioni in certe giurisdizioni; Devlin ha deciso di mantenerli nel catalogo espositivo per evidenziare il contrasto tra spazio pubblico e imposizioni esterne. L’installazione diventa così un luogo in cui il segnale della censura è mostrato e trasformato: non solo oggetti esposti, ma strumenti di dibattito che interrogano il confine tra protezione e soppressione delle idee.

Homo Faber 2026: l’artigianato al centro della scena

Per la biennale, Devlin immagina un percorso che mette in primo piano le mani degli artigiani. L’ingresso sarà concepito come replica dei loro laboratori: il pubblico si troverà immerso nella «polvere» della ceramica e nei trucioli del legno, in un ambiente apparentemente disordinato ma carico di senso. Le superfici prenderanno vita grazie al projection mapping, mentre la narrazione curatoriale punterà su un’idea fondamentale: il pensiero artigiano non è solo intellettuale ma anche tattile, un processo che avviene attraverso i polpastrelli. Questa scelta sottolinea l’importanza del corpo come vettore di conoscenza creativa.

Piscina Gandini e i moon jar

Una delle installazioni attese nella Piscina Gandini sarà dedicata ai moon jar, i grandi vasi coreani che Devlin considera metafore del tempo e della riflessione. L’opera cercherà di restituire la qualità riflettente e contemplativa di questi oggetti, intrecciando tradizione e interpretazioni contemporanee. L’artista ha anche raccontato di aver iniziato un lavoro pratico con una ceramista inglese per imparare a modellare un vaso: un gesto che ribadisce la sua convinzione nel valore dell’apprendere facendo.

Tecnologia, sorveglianza e la figura del ‘centauro’

Nell’approccio di Devlin, la tecnologia è uno strumento da usare con criterio: l’artista cita lo scrittore Cory Doctorow per distinguere tra il centauro — l’umano potenziato da una macchina — e il cosiddetto «centauro inverso», ovvero la tecnologia che sorveglia e limita i gesti delle persone. Per Homo Faber la volontà è chiara: adottare la tecnologia come estensione delle capacità creative, non come strumento di controllo. Questo atteggiamento si tradurrà in installazioni che sfruttano sensori, luci e proiezioni per amplificare la manualità, senza trasformare gli artigiani in oggetti monitorati.

Prassi e collaborazioni

Collegata dalla sua casa-studio di Londra, Devlin guida uno studio che fonde pratiche teatrali, design e allestimento: il progetto per Homo Faber conferma la sua cifra, fatta di collaborazione con maestri artigiani e professionisti della tecnologia. Il risultato atteso è un’esposizione che parla della materialità del fare, celebra la tradizione e propone nuovi linguaggi scenici. In ultima istanza, si tratta di restituire centralità alle mani e di mostrare come la luce possa diventare strumento di comprensione e memoria.

Con questo incarico a Fondazione Giorgio Cini, Es Devlin porta a Venezia una sfida complessa ma coerente con la sua traiettoria: trasformare spazi storici in scenari vivi dove artigianato, arte e tecnologia si incontrano. L’appuntamento sull’isola di San Giorgio promette non solo installazioni spettacolari, ma anche riflessioni sul ruolo della manualità e sulle forme possibili di convivenza tra uomo e macchina.

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