Negli ultimi anni la parola inclusività è diventata un mantra per molte maison e magazine, ma oggi l’impressione è che quell’impegno stia perdendo terreno. Il movimento noto come body positivity — nato per rivendicare il diritto di tutti i corpi a esistere e a essere rappresentati — appare sempre più assente dalle passerelle principali e dai servizi moda. Questo cambiamento non riguarda soltanto estetica: mette in discussione cosa la moda intende comunicare e quali corpi considera desiderabili.
Le immagini viste durante le settimane della moda e sui red carpet raccontano una tendenza chiara verso una silhouette più sottile, mentre la presenza di modelle con taglie medio-alte e plus-size si riduce drasticamente. Dietro questa fase ci sono fattori estetici, economici e sociali: dalle scelte editoriali ai gusti dei buyer, fino a nuove pratiche di perdita peso che hanno alimentato un ideale di magrezza più marcato. Capire il quadro richiede di mettere insieme dati, volti e dinamiche di mercato.
Il Fashion Month ha offerto dati che non lasciano spazio a interpretazioni: secondo un report di Vogue Business, nelle oltre 180 sfilate dedicate all’Autunno-Inverno 2026/27 solo lo 0,7% delle top model era plus-size, mentre le modelle mid-size (taglia 44-48) erano il 2,1%. Numeri che sottolineano l’uscita di scena di una rappresentazione corporea più ampia. Se alcune eccezioni, come show limitati o singole campagne, provano a mantenere l’attenzione sull’inclusività, la norma resta una moda di taglio tradizionale.
Volti che avevano incarnato la battaglia per la diversità fisica hanno cambiato ruolo: Paloma Elsesser, per esempio, si è progressivamente allontanata dalla passerella preferendo il front row, mentre Jill Kortleve si concentra su editorial e commercio online. Ashley Graham ha ampliato il suo raggio d’azione oltre la moda. Tra le poche iniziative che hanno mantenuto una presenza di corpi diversi c’è la campagna Givenchy per la Snatch Bag con la modella mid-size Emeline Hoareau, e alcune maison come Marco Rambaldi, Ferragamo, Balenciaga e Cecilie Bahnsen hanno mostrato segnali, seppure limitati, di attenzione.
Sui tappeti rossi si è registrato un ritorno alla silhouette esile, con celebrità che mostrano clavicole pronunciate e profili molto magri. Nomi come Demi Moore, Ariana Grande, Nicole Kidman ed Emma Stone al red carpet dei BAFTA 2026 hanno contribuito a rendere visibile questa estetica. Molti osservatori collegano tale tendenza alla diffusione di Ozempic, farmaco per il diabete diventato popolare per la perdita di peso: il suo impiego, spesso fuori dai contesti clinici appropriati, ha alimentato dibattiti su responsabilità, salute e immagine pubblica.
La trasformazione interessa anche figure che avevano costruito parte della propria notorietà sull’accettazione del corpo: da Barbie Ferreira a Rebel Wilson, Amy Schumer, Lizzo e Mindy Kaling, molte artiste hanno cambiato fisicità nel tempo. Il fenomeno solleva interrogativi: quanto è personale e quanto è frutto di pressioni mediatiche e di mercato? Qual è l’impatto sulla percezione collettiva dei corpi femminili, soprattutto tra le giovani generazioni?
La moda è prima di tutto un business e la scelta di abbracciare cause sociali passa dalla valutazione di ritorni d’immagine e fatturato. In un contesto polarizzato, l’inclusività può risultare divisiva: rischiare di attirare critiche o campagne di odio è un calcolo che alcune aziende preferiscono evitare. Allo stesso tempo, la grassofobia e l’ostilità online rendono il terreno minato per modelle e influencer che osano sfidare certi standard, come dimostrato dal caso di Paloma Elsesser, costretta a chiudere temporaneamente i profili social nel 2026 dopo ondate di insulti.
L’effetto più preoccupante riguarda la salute pubblica: l’aumento dei disturbi alimentari tra i giovanissimi è collegato anche alla rappresentazione parziale dei corpi nei media. L’obiettivo originario del movimento, ovvero affermare che ogni corpo merita visibilità e rispetto, resta lontano. Perché la situazione cambi serve una convergenza di scelte editoriali, responsabilità delle celebrity e politiche aziendali che mettano al centro non solo l’estetica ma il benessere collettivo.
La conversazione è tutt’altro che chiusa: se da un lato le tendenze sembrano riportare la moda verso modelli più tradizionali, dall’altro permangono gruppi, designer e consumatori che chiedono rappresentazioni più autentiche. Ripensare la relazione tra industria, salute pubblica e immaginario mediatico è essenziale per evitare che la perdita di diversità corporea diventi definitiva. Finché persisteranno incentivi economici e meccanismi culturali che premiano un unico canone, la strada verso una vera inclusività sarà ancora lunga.
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