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Come Miyako Bellizzi costruisce i mondi di Marty Supreme con i costumi

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Parlare di costume significa parlare di identità: è questa l’idea che permea il lavoro di Miyako Bellizzi, la costume designer candidata all’Oscar per Marty Supreme. Nel suo approccio gli abiti non sono solo oggetti estetici, ma strumenti per sondare la psiche del personaggio, le sue insicurezze e i riferimenti culturali che ne determinano le scelte. La sua esperienza, plasmata a New York e maturata collaborando con i fratelli Safdie e altri registi, dimostra come il guardaroba sullo schermo sia il risultato di una ricerca meticolosa e di una costruzione condivisa.

Nella creazione dei look per Marty Supreme Bellizzi ha fuso osservazione etnografica e sensibilità visiva: collezioni, photobook e fotografie giornalistiche sono state affiancate all’osservazione di persone reali, anche se a volte attraverso archivi perché il periodo non è direttamente accessibile. Il risultato è un lavoro che mette insieme autenticità e intenzione narrativa, dove un paio di occhiali o la scelta di una canottiera possono ridisegnare la percezione di un personaggio.

Dal guardaroba alla psiche: il metodo creativo

Il processo di Miyako nasce dalla ricerca storica e sociologica: due anni di materiali, articoli e fotografie, e poi prove continue con gli attori. Per costruire il profilo di Marty ha studiato il contesto del Lower East Side, le influenze europee e le figure che il protagonista ammira, traducendo questi elementi in scelte sartoriali precise. In questo passaggio la costumista assume una funzione quasi interpretativa: entra nella testa del personaggio per decidere come il capo deve stare sul corpo e quale sensazione deve suscitare nello spettatore.

Il rapporto con gli attori

Le sessioni di prova con Timothée Chalamet sono state decisive: non si tratta solo di misure, ma di capire come un attore si muove, cosa lo mette a proprio agio e quali dettagli sottolineano la sua vulnerabilità. Spesso l’incontro con l’attore cambia il progetto iniziale; la costumista ascolta preferenze, insicurezze e abitudini, assumendo un ruolo che va oltre il tecnico e si avvicina a quello di una consulente emotiva. Questa collaborazione produce un guardaroba che funziona sul piano pratico e narrativo.

Organizzazione e logistica: il mestiere dietro le quinte

Realizzare i costumi di un film come Marty Supreme significa coordinare un grande apparato umano: la produzione di Bellizzi ha coinvolto circa cinquanta persone, con decine di assistant costume designer, laboratori per capi su misura e una rotazione di migliaia di pezzi. I numeri parlano da soli: prove continue, più camerini occupati e centinaia di cambi al giorno. In questa fase la figura del key assistant è vitale; per Bellizzi Alexandra Kennedy è stata la mano destra che ha consentito di tenere insieme la complessità del processo.

Acquisto, restauro e materiale di scena

Oltre alla produzione sartoriale si mobilitano acquisizione e restauro: alcuni capi vengono trovati nelle strade di New York, altri ricostruiti per rispettare l’epoca. Bellizzi ha seguito personalmente la scelta dei tessuti, le rifiniture e l’organizzazione delle realizzazioni, in sinergia con il production designer Jack Fisk, per far sì che gli spazi e i costumi dialoghino in modo coerente. Il risultato è una grammatica visiva coesa che sostiene la narrazione.

Palette cromatiche e costruzione dei personaggi

Il colore è uno degli strumenti più potenti nella cassetta degli attrezzi di una costumista: per Marty Bellizzi ha scelto toni freddi come blu e verde per creare distanza emotiva, mentre scene come la bowling alley esplodono in colori vividi per marcare la trasgressione rispetto al mondo quotidiano. Altri luoghi hanno palette differenziate: il Lower East Side è ancorato a verdi e marroni terrosi, Londra è concepita con una scala di grigi e il Giappone mostra grigi punteggiati di rosa e beige, a evocare ricostruzione e speranza.

I personaggi femminili sono stati trattati in modo particolarmente dettagliato: Kay (Gwyneth Paltrow) ha un guardaroba sobrio, quasi monocromatico nelle sequenze iniziali, che si illumina progressivamente fino al simbolico vestito rosso finale; Rachel (Odessa A’zion) invece è costruita per texture, stampe e strati che raccontano una femminilità più caotica e vivace. Ogni scelta cromatica e tessile è pensata per descrivere evoluzioni interiori e relazioni tra i personaggi.

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