Nel 2025 le società fintech europee hanno raccolto circa €42,5 miliardi tra equity e debito, secondo Bloomberg. È un’espansione solida — circa il 9% di crescita annua composita rispetto al 2022 — ma dietro la cifra c’è più di un semplice entusiasmo: c’è il rischio che volumi crescenti senza adeguati controlli mettano a dura prova la liquidità e allarghino lo spread tra rendimento e rischio nel credito digitale. Per banche, investitori e regolatori questi numeri non sono meri slogan, sono indizi da interpretare.
Marco Santini, analista fintech con quindici anni di esperienza e un passato in Deutsche Bank, guarda al fenomeno con pragmatismo. Ha visto crescite accelerate che non erano seguite da due diligence rigorose e sa come questo renda le piattaforme più vulnerabili ai capricci del mercato. La memoria del 2008 resta viva: mancanza di trasparenza e sottovalutazione del rischio sistemico possono trasformare opportunità in crisi. Oggi gli strumenti digitali migliorano efficienza e accesso al credito, ma ripetere errori del passato sarebbe un costo che il settore non può permettersi.
La risposta delle autorità non si è fatta attendere. BCE e FCA hanno rafforzato la vigilanza su compliance e resilienza operativa: la BCE ha introdotto linee guida che richiedono stress test su scenari di liquidità per fintech che gestiscono depositi o fondi; la FCA ha reso più trasparenti i requisiti per i modelli di scoring alternativi. La supervisione è oggi più proattiva: elementi come capitale implicito e reportistica continua sono quasi indispensabili per chi ambisce a operare su scala istituzionale.
L’assenza di piena armonizzazione fra le giurisdizioni europee — e fra UE e mercati extra-UE — crea spazio per l’arbitraggio regolamentare. Questo schiude opportunità per operatori meno capitalizzati ma trasferisce rischio verso paesi meno rigorosi, comprimendo spread per alcuni attori e aumentando la complessità per chi vuole operare su più mercati contemporaneamente.
Gli aggiustamenti normativi e tecnici determineranno chi sopravvive e chi invece faticherà. Due priorità emergono con chiarezza:
1) Capitalizzazione e stress test di liquidità replicabili: requisiti credibili per partecipare ai mercati istituzionali.
2) Trasparenza e governance dei modelli di scoring alternativi: fondamentale per la fiducia degli investitori e la qualità della price discovery.
Se queste condizioni verranno soddisfatte — standard di qualità dei dati, stress test per prodotti tokenizzati, armonizzazione dei requisiti di compliance a livello UE — il mercato potrebbe vedere una compressione degli spread e un aumento dell’ingresso degli investitori istituzionali entro 3–5 anni. In mancanza di allineamento, invece, la frammentazione continuerà a spingere verso costi del capitale più alti e minore resilienza complessiva.
“Nella mia esperienza in banca, la prudenza su pricing e controlli operativi ha limitato l’esposizione durante le turbolenze”, dice Santini. L’innovazione fintech porta vantaggi veri, ma senza adeguati sistemi di controllo e requisiti di capitale rischia di amplificare fragilità già conosciute. La prossima fase di sviluppo richiederà governance più rigorose, stress test operativi e una qualità dei dati che non lasci margini alla discrezionalità. Solo così il settore potrà trasformare crescita in stabilità sostenibile.
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