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Assistants e The Ramble: quando la fotografia scopre mondi nascosti

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In due libri fotografici di natura molto diversa emerge una stessa tensione: la volontà di trasformare il quotidiano nascosto in racconto visibile. Da un lato Assistants, opera di Virginie Benarroch e Lola Raban pubblicata il 19/03/2026, concentra l’attenzione sul mondo spesso ignorato degli assistenti stylist. Dall’altro, il materiale d’archivio di Arthur Tress documenta il cruising nel Ramble di Central Park nel 1969, restituendo un’istantanea della vita queer poche settimane prima dei moti di Stonewall.

Questi due volumi permettono di leggere la fotografia non solo come documento, ma come strumento che decide cosa diventare visibile e in quale forma. Tra gesti preparatori in studio e incontri clandestini tra gli alberi, le immagini agiscono come testimoni e come attori nella costruzione di memorie private e collettive.

Assistants: la poesia dei gesti dietro lo shooting

Assistants mette in primo piano la figura dell’assistente stylist, una presenza che raramente compare nei titoli di coda ma che è essenziale per il funzionamento di uno shooting. Benarroch e Raban scelgono uno sguardo attento alla routine: trolley, pinze, ritocchi d’ultima ora, pause furtive e scambi di sguardi che compongono una sorta di grammatica invisibile del lavoro creativo. Le fotografie raccontano come abitudini quotidiane si trasformino in ritmo narrativo.

Il valore del non accreditato

L’idea centrale del libro è che il lavoro marginale produce grande impatto visivo e culturale. L’assenza nei credit non equivale all’assenza d’importanza: al contrario, Benarroch e Raban mostrano come il contributo degli assistenti sia strutturale. Nel raccontare questa dimensione il volume esplora il rapporto tra autorialità e collettività, mettendo in luce come ogni immagine sia il risultato di pratiche condivise e spesso invisibili.

The Ramble: Central Park prima di Stonewall

Arthur Tress, con una serie di scatti realizzati nel 1969, offre una testimonianza rara del cruising a Central Park, in particolare nel Ramble, l’area boschiva pensata per perdersi nella città. Quelle fotografie, scattate poco prima dei moti del 28 giugno 1969, rimasero a lungo inedite: testimoni di vite che dovevano restare nascoste per ragioni di sicurezza personale e sociale. Il progetto è oggi considerato un documento fondamentale per comprendere la vita queer urbana di quel periodo.

Scelta estetica e rischio sociale

Tress lavorò in bianco e nero, una scelta che amplificava il carattere grafico delle scene e la tensione emotiva degli incontri clandestini. Il bianco e nero diventa qui strumento di memoria, capace di condensare atmosfera, stagionalità e vulnerabilità: gli alberi spogli, le rocce e i sentieri suggeriscono un paesaggio che è insieme rifugio e luogo di rischio. Molti soggetti rifiutarono di essere fotografati per paura di conseguenze legali o sociali, il che rende il corpus di immagini ancora più prezioso.

Dal documento alla teoria: l’immagine come regime

Queste opere evocano una domanda più ampia: cosa significa rendere visibile? Nella riflessione contemporanea sulla cultura visuale si mette in discussione l’idea tradizionale dell’immagine come semplice rappresentazione. Autori come William J.T. Mitchell, Hans Belting e Michele Cometa sottolineano che l’immagine non è solo segno ma evento: emerge dall’incontro tra corpo, memoria e medium, diventando un operatore che modifica pratiche sociali e percezioni.

L’era digitale aggiunge un ulteriore livello: le immagini si trasformano in image operations, dati elaborati da algoritmi e sistemi di visione artificiale. Come osserva Matteo Pasquinelli, l’IA non interpreta immagini come un insieme semantico ma come distribuzioni statistiche, assegnando significato secondo logiche computazionali. Questo ribalta l’ontologia dell’immagine: non è più l’immagine a comunicare, ma i processi che la leggono.

Conclusione: visibilità, responsabilità e memoria

Mettere in luce il lavoro degli assistenti stylist o le storie raccolte nel Ramble significa fare politica della visibilità. Le fotografie di Benarroch, Raban e Tress funzionano come atti di restituzione: ricomporre contesti perduti, riconoscere ruoli nascosti e restituire dignità a vite e pratiche marginali. Allo stesso tempo, la teoria della cultura visuale ci invita a riflettere su chi decide cosa mostrare e con quali strumenti.

In un panorama in cui le immagini possono diventare strumenti operativi, è necessario conservare un approccio critico: comprendere le immagini storiche come fonti complesse e le immagini digitali come agenti che partecipano alla costruzione del reale. Solo così la fotografia continuerà a essere memoria condivisa e strumento di cambiamento.

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