La sfilata che Alessandro Michele ha scelto per presentare la collezione pret à porter autunno/inverno 2026/27 di Valentino non è stata solo un appuntamento di moda: è stata una dichiarazione d’intenti. Ambientata a Palazzo Barberini a Roma, la presentazione ha cercato di far dialogare l’architettura barocca con un concetto estetico centrale per lo stilista: le interferenze.
Con questo termine Michele indica una sovrapposizione voluta di ordine e frizione, un modo per evidenziare come il vestire contemporaneo possa nascere dall’incontro di elementi contrastanti.
La cornice storica, le sculture di Gian Lorenzo Bernini messe in mostra prima dello show e l’afterparty a Palazzo Ludovisi con la performance di Lily Allen hanno completato l’esperienza sensoriale. Tra gli ospiti figuravano nomi internazionali come Gwyneth Paltrow, Georgina Rodriguez, Colman Domingo e altri volti noti: la presenza di star e addetti ai lavori ha sottolineato la portata mediatica dell’evento, pur lasciando lo spazio principale alle creazioni.
Il concept: interferenze come metodo creativo
Per Michele le interferenze non sono solo un tema visivo ma una vera e propria strategia progettuale. Ha spiegato che il suo ruolo è «un’interferenza» in un sistema preesistente, un modo per introdurre tensioni e imperfezioni che rivelano l’artigianalità. In passerella la collezione traduce questa idea in elementi che sembrano errori intenzionali: cuciture che emergono, sovrapposizioni dissonanti, dettagli retrospettivi che interrompono la lettura classica del capo.
Il risultato è una grammatica del vestire che celebra il frammento come memoria e come luogo di senso.
L’allestimento come estensione del messaggio
La scelta di Palazzo Barberini non è casuale: l’edificio, nato per volere di figure come il cardinale Barberini e rimaneggiato attraverso i secoli, offre contrasti di rigore e stravaganza che rispecchiano il linguaggio della collezione. Anche l’invito alla sfilata era un manifesto: un dettaglio ricopiato di un bottone nascosto, accompagnato da una locuzione latina che trasformava l’oggetto in esperienza estetica. Questa attenzione al frammento sottolinea come Michele voglia che lo spettatore si soffermi sui particolari, non solo sul capo nella sua interezza.
Le scelte sartoriali: plissé, asimmetrie e abiti-errore
La materia narrativa della passerella è fatta di accostamenti arditi: il plissé compare in lunghe vesti trasparenti e in gonne che richiamano le bluse, mentre un cappotto può apparire metà pieghettato e metà liscio. Michele ha dichiarato di essersi innamorato della lavorazione plissé durante la sua lunga esperienza in maison e di pretenderne un uso deciso: il tessuto diventa così un elemento strutturale che dialoga con la silhouette. Accanto ai plissé, troviamo torchon di cristalli applicati al collo e ai polsi, dettagli che rimandano al gesto artigianale e alla tradizione del lusso.
I volumi maschili mostrano una diversità di registri: cappotti color cammello, giacche drappeggiate sul retro, giacconi di pelle o raso e pantaloni morbidi che privilegiano la caduta naturale. Anche l’accessorio è protagonista: numerose tracolle per uomo e donna segnano un’attenzione alla quotidianità, mentre i completi in gessato grigio e un unico, potente abito rosso omaggio a Valentino Garavani portano la firma della maison in modo esplicito.
Palette, materiali e accostamenti
I cromatismi oscillano tra accesi contrasti e sovrapposizioni delicate: combinazioni di rosa e viola, arancio e verde, rosso e menta convivono con toni più neutri. I materiali spaziano dal chiffon ricamato di paillettes al velluto, dal plissé leggero alle pelli lavorate; ogni tessuto è utilizzato per creare frizioni visive e tattili. L’effetto complessivo è quello di una collezione che rifiuta la monotonia della classicità prevedibile, preferendo l’inaspettato e l’imperfetto come valore estetico.
Impatto e lettura finale
Con questa collezione Alessandro Michele sembrava voler interrompere un dialogo consolidato sulla tradizione del lusso, scegliendo invece di esaltare la convivenza di ordine e disordine come cifra distintiva. L’evento a Roma ha mostrato come il luogo, la musica, gli ospiti e i dettagli sartoriali possano costituire un unico dispositivo narrativo. Per chi guarda, l’invito è a considerare l’errore non come mancanza ma come possibilità creativa: una interferenza che produce nuove letture del vestire contemporaneo.