Valentino a Roma: come le interferenze di Alessandro Michele ridefiniscono la maison

Valentino presenta Interferenze: una collezione fw 26/27 che mette a confronto rigore storico e massimalismo edonistico

La sera del 12 marzo 2026 Palazzo Barberini ha ospitato la presentazione della collezione FW 26/27 Interferenze firmata da Alessandro Michele per Valentino. L’allestimento non era semplice cornice: il direttore creativo ha scelto intenzionalmente lo spazio romano come elemento narrativo, trasformando la dimora barocca in un dispositivo di attivazione critica.

Tra affreschi e scalinate storiche, la sfilata ha messo in scena uno scontro controllato tra ordine e trasgressione che ha coinvolto ospiti, musica e un pubblico curioso.

L’evento ha richiamato oltre settecento persone e volti noti, con presenze come Gwyneth Paltrow e Giancarlo Giammetti, e un after party animato da Lily Allen. Ma l’attenzione è andata soprattutto alla relazione che Michele ha costruito tra l’architettura e l’abito: un dialogo in cui la tradizione non viene negata, ma messa in tensione dall’idea di interferenza, ovvero di sovrapposizione di linguaggi che produce nuovi significati.

Il concept delle Interferenze

Al centro del messaggio c’è la nozione di campo di interferenze, inteso come spazio dove coesistono principi contrapposti. Michele ha esplicitato la volontà di leggere il palazzo come luogo che non celebra un’unica verità formale, ma dove si incontrano ordini diversi: la chiarezza geometrica e la dissociazione pittorica. Questa opposizione è raccontata come una dinamica fertile che genera densità riflessiva nella narrazione del vestire, riportando in primo piano la tensione tra codice e deviazione che anima la casa di moda.

Architettura come dispositivo di senso

Nel discorso curato per la serata, Michele ha posto l’accento su elementi concreti della residenza: il soffitto con il Trionfo della Divina Provvidenza di Pietro da Cortona e gli interventi di Bernini e Borromini. Il confronto tra le scale — una più gerarchica, l’altra più ellittica e disorientante — diventa metafora per raccontare come il corpo si orienta o perde l’orientamento nel vestire. Qui l’architettura non è semplice scenografia ma diventa strumento interpretativo, capace di orientare lo sguardo verso le contraddizioni insite nella collezione.

La collezione: volumi, riferimenti e contrasti

Sul piano sartoriale la proposta riporta al centro un massimalismo edonistico che guarda agli anni ’80, con pellicce voluminose in velluti sintetici, grandi rouches e contrasti di proporzione tra capispalla opulenti e pantaloni asciutti. Michele reinventa la silhouette valentiniana con dettagli che oscillano tra l’eccesso e la misura: cinture a fiocco, drappeggi corti e tulipano, scolli profondi e gioielleria scenografica. Il corpo è spesso lasciato semi-nudo attraverso veli e profili di cristalli che creano punti di tensione visiva.

Dettagli iconografici

I riferimenti si estendono oltre le forme: piccoli bottoni in stile marmoreo richiamano sculture barocche, mentre i ricami e le volute sul retro delle giacche sembrano citare motivi architettonici. La passerella include anche capi maschili, dove cappotti ampi e pantaloni con pinces profonde convivono con sneakers color block, segnale di un’attenzione al mercato e alla portabilità. La collezione, in questo senso, cerca un equilibrio tra immagine e vendibilità.

Musica e atmosfere

La colonna sonora, scelta con cura, ha contribuito a costruire il tono emotivo dello show: l’apertura con brani di Sinéad O’Connor ha creato una carica drammatica che si è intrecciata con la scenografia pittorica, producendo un senso di resistenza e riflessione. La scelta musicale non è stata un’aggiunta opzionale ma un elemento narrativo che ha amplificato l’idea di collisione tra passato e presente.

Impatto e ricezione

La sfilata ha riacceso il dibattito sul ruolo delle storie personali del designer nella costruzione di un marchio che non porta il suo nome: Michele stesso si è definito come un’«interferenza» all’interno di una maison con una forte identità storica. Critici e osservatori hanno notato la volontà di celebrare l’artigianato e le lavorazioni complesse della maison, pur spingendo verso una visione che osa sovrapporre riferimenti culturali e estetici. Il risultato è stato uno show che afferma una posizione estetica precisa, senza cercare consolazioni facili.

In chiusura, la collezione Interferenze si presenta come un esperimento di coesistenza: ordine e trasgressione, storia e invenzione, mercato e immagine. Alessandro Michele ha scelto Roma e Palazzo Barberini non solo per l’epica scenografica, ma per instaurare una conversazione tra pietra e tessuto che renda visibile la fragilità e la forza del fare moda oggi.

Scritto da Staff

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