Scenari e ritorni della London Fashion Week 19-23 febbraio 2026

Una panoramica delle proposte viste a Londra dal 19 al 23 febbraio 2026: dalle sfilate più teatrali alle collezioni che coniugano tradizione e innovazione

Dal 19 al 23 febbraio 2026 Londra ha ospitato l’ultima edizione della London Fashion Week, organizzata dalla British Fashion Council e guidata per la seconda volta da Laura Weir. La settimana ha messo in mostra una scena in bilico tra passato e futuro: sfilate spettacolari si sono alternate a presentazioni intime e site-specific, segno che il settore sta cercando nuovi equilibri tra heritage e sperimentazione.

Un filo comune è emerso subito: molte maison hanno riscoperto i propri archivi per riproporre codici consolidati, mentre giovani designer hanno spinto su materiali alternativi e linguaggi più sperimentali. Più che una vetrina commerciale, la kermesse ha assunto i toni di una piattaforma culturale, dove moda, arte e racconto sociale si intersecano e orientano strategie di prodotto e comunicazione.

Ritorni, debutti e collaborazioni
Numerosi ritorni in passerella si sono accompagnati a collaborazioni con artisti e studi creativi, mosse pensate per attirare attenzione critica e nuove audience.

Il risultato è stato anche un proliferare di formati ibridi: show che somigliano a installazioni, progetti editoriali che assomigliano a performance. Questo approccio rafforza la centralità culturale del fashion system oltre al suo valore commerciale.

Classici rivisitati: sartorialità e femminilità
In molte collezioni si è percepita una volontà di aggiornare i classici con sobrietà. Paul Costelloe ha puntato su una sartorialità solida e su una femminilità misurata: cappotti avvolgenti e abiti midi, finiture curate e palette contenute.

Emilia Wickstead, invece, ha scelto la modella Fano Messan come musa per esplorare il confine tra uniforme e liberazione: il tailoring si è fatto più androgino, ma non sono mancati tocchi teatrali in lamé e pizzi che smuovono il rigore verso la scena.

Moda come performance e narrazione
Più di una passerella si è trasformata in palco narrativo. Patrick McDowell, con The Gaze, ha messo al centro lo sguardo e la sensualità recuperando atmosfere ispirate al fotografo George Platt Lynes; la messa in scena di Jonathan Luke Baker ha poi evidenziato il corpo come veicolo di storie. Il risultato è un tailoring che allunga le proporzioni, abiti da sera che giocano su stampe sfumate e inserti che modulano luce e movimento, unendo rigore sartoriale a una tensione poetica.

Teatralità e ironia
Non è mancata la verve ironica: Natasha Zinko ha ribaltato l’activewear, trasformando pezzi tecnici in corsetti e top costrittivi, e ha portato in passerella le “Pancake Flops”, nate dalla collaborazione con Havaianas. L’uso della finta pelliccia è parso un segnale generazionale, mentre la partecipazione scenica di Melanie Brown ha aggiunto un sapore nostalgico e sovversivo all’insieme.

Archivi, collaborazioni e nuovi codici
Il dialogo con gli archivi è stato un altro tema evidente. Richard Quinn ha presentato quello che ha definito un “archivio del futuro”, dove pattern floreali si trasformano in strutture che rendono il prêt-à-porter quasi cerimoniale. Simone Rocha ha stretto una collaborazione con Adidas, fondendo romanticismo e dettagli sportivi: shearling massicci e cristalli cuciti con precisione sartoriale hanno dato vita a capi che parlano sia di estetica sia di funzionalità.

Anniversari e progetti site-specific
Tra gli appuntamenti speciali, Erdem ha celebrato i vent’anni portando alla Tate Britain un progetto che dialoga con muse ed epoche diverse, valorizzando l’archivio senza scadere nella nostalgia. Fiorucci, con la presentazione MEMORIE curata da Francesca Murri, ha proposto una festa sospesa tra passato e futuro, arricchita da gorgiere, borchie e maschere realizzate con Francesco Casarotto e Agglomerati.

Sperimentazioni materiali e ritorni scintillanti
Toga ha giocato sul contrasto tra naturale e artificiale: cotone, seta e lana intrecciati a inserti sintetici per silhouette che sembrano quasi sculture in movimento. Dopo tre anni, il ritorno di Julien Macdonald ha illuminato The Shard con una linea orientata al resortwear, piena di capispalla scintillanti pensati per climi caldi ma con un occhio alla portabilità. La chiusura della settimana è stata affidata a Burberry sotto Daniel Lee: la pioggia londinese è diventata scenografia e il trench, reinterpretato al femminile con colle arricciate e versioni in faux fur, ha ricordato il ruolo iconico del marchio nella cifra britannica contemporanea.

Strategie, sostenibilità e prospettive
Nel complesso il calendario 19-23 febbraio ha confermato un modello ibrido in cui sfilate fisiche, installazioni performative e collaborazioni commerciali convivono con progetti sperimentali. Questo mix tra heritage e innovazione amplia il pubblico potenziale e apre nuove opportunità di monetizzazione — dalle capsule ai licensing — oltre a favorire sinergie con istituzioni culturali. Sul fronte operativo, molte collezioni hanno puntato su materiali rinnovabili e soluzioni replicabili industrialmente, suggerendo strade praticabili per i brand emergenti: collaborazioni con spazi culturali, formati performativi come vetrina e investimenti in produzioni scalabili.

Un filo comune è emerso subito: molte maison hanno riscoperto i propri archivi per riproporre codici consolidati, mentre giovani designer hanno spinto su materiali alternativi e linguaggi più sperimentali. Più che una vetrina commerciale, la kermesse ha assunto i toni di una piattaforma culturale, dove moda, arte e racconto sociale si intersecano e orientano strategie di prodotto e comunicazione.0

Scritto da Staff

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