Al Taormina Film Festival Michele Placido ha concentrato l’attenzione su due progetti che collegano storia, fede e impegno civile: la miniserie televisiva su Rosario Livatino e il film dedicato a Celestino V. Il regista ha illustrato come la ricostruzione delle vicende giudiziarie e personali del magistrato siciliano affianchi una riflessione più ampia sulla credibilità delle istituzioni, sulla dimensione morale del lavoro giudiziario e sull’eredità del cinema civile italiano.
La presentazione ha toccato aspetti documentari e umani: Placido ha raccontato le fonti che hanno guidato la sceneggiatura, l’incontro con Papa Francesco e il coinvolgimento degli attori, spiegando la volontà di rappresentare Livatino non come una icona inarrivabile ma come un uomo coerente nelle sue scelte.
La miniserie su Rosario Livatino e la scelta del titolo
Il progetto televisivo destinato a Rai 1 porta un titolo esplicito: ‘Il giudice e i suoi assassini’. Placido ha chiarito che il nome non mira a santificare il protagonista, ma a mettere in luce elementi processuali e metodologici emersi dalla documentazione: «Il titolo della serie tv su Livatino sarà ‘Il giudice e i suoi assassini’.», ha detto, sottolineando che dalle carte sono emerse pratiche investigative e giudiziarie riconducibili a strategie simili a quelle di Falcone e Borsellino, come il sequestro dei beni e il monitoraggio dei conti bancari.
Fede, riferimenti e interpretazione
Su Livatino Placido ha insistito sul riferimento spirituale: «Soprattutto il Vangelo, essendo una persona molto credente.» Questo elemento, ha aggiunto il regista, è stato centrale nel delineare la psicologia del protagonista. Nella ricostruzione produttiva è previsto il ruolo di Giuseppe De Domenico come interprete del magistrato; la scelta attoriale vuole restituire quell’equilibrio tra rigore professionale e impegno esistenziale.
L’incontro con Papa Francesco e il progetto su Celestino V
Durante la fase di lavorazione Placido ha avuto un colloquio con Papa Francescoche ha mostrato interesse per la resa narrativa: «Michele, Michele, so che tu sarai il regista», ha ricordato Placido citando le parole del pontefice e spiegando che l’incontro, inizialmente previsto per mezz’ora, si è prolungato fino a un’ora e mezza. Il Papa auspicava un’opera capace di sondare l’intimità delle persone coinvolte, specie in un periodo segnato da un processo di beatificazione.
Parallelamente alla miniserie, Placido ha completato un film in cui interpreta Celestino V. Il pontefice è stato ricostruito come figura storica anziana: storicamente aveva 87 anni e Placido, che ha dichiarato di avere 80ha raccontato le difficoltà e le soddisfazioni delle riprese in Abruzzo. La narrazione del film prende spunto da voci e decisioni della Curia dell’epoca: il regista ha citato l’episodio secondo cui alcuni cardinali pensarono di utilizzare il papato per un periodo transitorio, sintetizzato nell’affermazione «Diamo il papato a questo vecchio eremita che probabilmente tra cinque mesi morirà», che però non corrispose al destino effettivo del pontefice.
Un regista che torna alle radici dell’impegno
Placido ha ricordato l’esordio della propria carriera cinematografica con un film – Pummarò – dedicato al tema del caporalatotratto da un’immagine che lo aveva profondamente colpito: giovani migranti costretti a raccogliere pomodori in condizioni disumane. Questo richiamo sottolinea il filo conduttore tra le sue opere: attenzione ai diritti, denuncia sociale e rappresentazione delle fragilità umane.
Riflessioni pubbliche: giovani, politica e il senso di credibilità
Nel corso dell’intervento Placido ha espresso preoccupazione per le nuove generazioni: «I giovani di oggi hanno paura», ha affermato, collegando questo sentimento alla percezione di leader internazionali poco affidabili e a una mancanza di volontà reale di pace. Ha citato la frase attribuita ad Albert Einstein sul rischio di distruzione per evocare la gravità delle tensioni mondiali: la sua provocazione è volta a misurare la distanza tra valori annunciati e comportamenti concreti.
Infine, richiamando le parole pronunciate da Rosario Livatino prima di morire — «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili» — Placido si è interrogato sulla qualità della classe politica: quanta credibilità rimane in chi esercita ruoli pubblici nello Stato e in Parlamento? Questo interrogativo ha chiuso la sua presentazione, collegando la dimensione artistica a una questione morale e civile.



