Vertigine è la parola che definisce l’esperienza dell’alta quota per chi l’ha vissuta in prima persona. In una conversazione pubblicata il 23/02/2026, Nives Meroi — l’alpinista di Valle di Fiemme nota per aver salito tutti i quattordici Ottomila senza ricorrere a bombole d’ossigeno o portatori — propone una lettura della montagna distante dalla logica della conquista.
Per Meroi la vetta non costituisce un trofeo, ma uno specchio che riflette paure, limiti e scoperte interiori. Questo approccio influisce sulle pratiche di preparazione, sulla gestione del rischio e sul significato stesso della salita in ambiente estremo.
La testimonianza
Nives Meroi racconta la propria esperienza con linguaggio diretto e preciso. Descrive la montagna come un ambiente che impone rispetto e autocontrollo. Secondo le sue parole, la vetta è un punto di incontro tra capacità tecniche e lavoro interiore.
Il racconto sottolinea la necessità di preparazione fisica e mentale, oltre alla conoscenza delle condizioni ambientali.
Il contesto della conversazione
La conversazione, resa pubblica il 23/02/2026, fa seguito a anni di attività alpinistica di alto livello. Meroi è nota per l’approccio etico alle salite e per le scelte logistiche che riducono l’impatto sull’ambiente. Il suo profilo contribuisce a una riflessione più ampia sui valori associati alla pratica dell’alpinismo moderno.
Il profilo dell’alpinista prosegue la riflessione sui valori associati alla pratica dell’alpinismo moderno. Durante gli incontri presso il pastificio Felicetti, nell’ambito della rassegna Conversazioni in quota, l’intervento ha posto al centro temi spesso trascurati.
Ha messo in evidenza la gestione della paura come componente pratica e emotiva dell’attività in alta quota. Ha sottolineato la cura del corpo come elemento fondamentale per la sicurezza e la performance. Ha inoltre richiamato la responsabilità verso il paesaggio, intesa sia come tutela ambientale sia come scelta etica nell’impiego di risorse artificiali.
Il racconto ha valorizzato gli aspetti relazionali dell’alpinismo: fiducia nella compagna o nel compagno di cordata e decisioni condivise nelle difficoltà. Ne è emerso un ritratto della montagna come luogo di confronto con se stessi e con gli altri, dove la tecnica convive con scelte morali.
Il dibattito proseguirà nelle prossime tappe della rassegna, mantenendo al centro l’intersezione tra pratiche alpine, benessere fisico e responsabilità ambientale.
La vertigine intesa come esperienza personale
Negli incontri della rassegna l’alpinista ha definito la vertigine non solo come fenomeno fisiologico ma come indicatore del rapporto tra persona e ambiente. Per lei la sensazione di sbandamento o la paura di cadere diventa una soglia di consapevolezza che orienta le scelte in montagna. Affrontare tale soglia richiede riconoscere i propri limiti, ascoltare i segnali del corpo e adottare decisioni mirate a preservare la vita e la dignità della salita.
Questo approccio, ha spiegato, contrasta la spettacolarizzazione del rischio e promuove un alpinismo più responsabile e sostenibile. Dal lato pratico implica rinunce deliberate e valutazioni costanti del percorso, elementi che torneranno nelle prossime tappe della rassegna dedicate al binomio tra pratiche alpine, benessere fisico e responsabilità ambientale.
Una definizione che educa
Definire la vertigine come esperienza trasformativa consente di superare letture sensazionalistiche. Meroi osserva che la paura, se riconosciuta e gestita, può costituire una risorsa. Essa insegna prudenza, misura le forze e orienta le scelte operative in ambiente alpino. Il concetto assume quindi un valore educativo per le guide e per gli appassionati: la formazione deve includere non solo tecniche, ma anche l’acquisizione di una maturità emotiva che renda sostenibile la pratica in quota. La parola diventa così strumento di dialogo maturo con la montagna, tema che verrà approfondito nelle prossime tappe della rassegna dedicate a pratiche alpine, benessere fisico e responsabilità ambientale.
Pratiche, preparazione e responsabilità
Meroi adotta una preparazione fisica rigorosa e pone attenzione alle relazioni di cordata durante la salita. La preparazione è presentata come condizione necessaria per rispettare il territorio e assumere decisioni consapevoli in condizioni estreme. Rinunciare all’uso di ossigeno artificiale e ai portatori comporta una responsabilità diretta verso la montagna e verso le compagne e i compagni di cordata.
Queste scelte richiedono competenze tecniche elevate e una precisa etica della condivisione, fondata sull’autonomia e sulla mutua assistenza. Il tema della responsabilità verrà approfondito nelle prossime tappe della rassegna dedicate a pratiche alpine, benessere fisico e responsabilità ambientale.
La montagna come specchio
In continuità con la rassegna su preparazione e responsabilità, la vetta è presentata come un specchio interiore che riflette paure, tensioni e capacità di adattamento. Comprendere quel riflesso consente una valutazione più accurata dei rischi legati alla salita e favorisce l’adozione di pratiche volte a ridurre l’impatto ambientale. La prospettiva proposta da Meroi rifiuta l’idea di una montagna da domare e invita invece a considerarla un ambiente con cui negoziare, ascoltare e rispettare. Secondo le analisi quantitative sulla sicurezza alpina, questa attenzione cognitiva e relazionale contribuisce a decisioni operative più prudenti e sostenibili.
Impatto sul territorio e la comunità
Questa attenzione cognitiva e relazionale contribuisce a decisioni operative più prudenti e sostenibili. Nella Val di Fiemme l’interazione tra sport, turismo e comunità locale è intensa. Lavori e servizi sono influenzati dall’aumento dell’afflusso legato a grandi eventi come le Olimpiadi Milano‑Cortina 2026. Le questioni pratiche riguardano la sicurezza alpina, il soccorso, la gestione dei flussi turistici e la tutela del paesaggio.
Promuovere un alpinismo consapevole richiede investimenti mirati in formazione, servizi e mezzi di soccorso adeguati al territorio. La narrativa di Nives Meroi sposta l’accento dalla prestazione individuale alla capacità di tornare a casa integri e più esperti. In questo quadro la vertigine è intesa come segnale fisiologico che può preservare la vita se riconosciuto e rispettato. Le autorità locali segnalano esigenze operative maggiori nelle aree di maggior afflusso, con ricadute su pianificazione e risorse.