La notte di Capodanno del 2026 ha cambiato per sempre la vita di Leonardo Bove, un sedicenne milanese che si trovava a Crans-Montana per una vacanza. L’incendio nel locale Le Constellation ha causato 41 morti e 115 feriti, tra cui Leonardo, che ha lottato per la sua vita per oltre sei mesi e mezzo. Oggi, dopo essere stato dimesso dall’ospedale Niguarda il 17 luglio 2026, Leonardo sta lentamente riprendendo in mano la sua esistenza, con un unico obiettivo: non perdere mai più ciò che ha di più prezioso.
La famiglia Bove ha vissuto momenti di angoscia e speranza alternati, un viaggio emotivo che ha avuto un punto di svolta quando hanno ricevuto la notizia che Leonardo era vivo. “Quando ci hanno detto che Leo era vivo, abbiamo festeggiato ovviamente, ma in un’altra stanza vedevamo l’altra famiglia. E io sono andato dal padre a chiedere scusa perché ho gioito”, racconta Gabriele Bove, il padre di Leonardo. L’altra famiglia era quella di Achille Barosi, una delle sei vittime italiane della tragedia.
Il riconoscimento e le prime cure
Il riconoscimento di Leonardo non è stato immediato. “Era riconosciuto come Helsinki”, ricorda il padre, spiegando che quando una persona non è riconoscibile le viene dato il nome di una città o di uno Stato. La console generale d’Italia a Ginevra, Nicoletta Piccirillo, e l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado sono stati fondamentali nel fornire alla famiglia la notizia che Leonardo era vivo. “Ma quel mattino in realtà, sembrava che Leo non ci fosse più, la console Piccirillo non riusciva a guardarci in faccia perché per loro non era Leo”, aggiunge Gabriele Bove.
La famiglia Bove ha espresso gratitudine verso molte persone che li hanno sostenuti in questo difficile periodo, dalla Protezione civile al personale dell’ospedale di Zurigo, fino al presidente Sergio Mattarella. “Abbiamo pianto insieme”, dicono i genitori di Leonardo, ricordando il supporto ricevuto.
La riabilitazione e il futuro
Leonardo ha trascorso sei mesi e mezzo in ospedale, sottoponendosi a medicazioni che duravano due o tre ore, fisioterapia quotidiana e altre operazioni. “Mi chiedo anch’io come ho fatto, sono stati davvero mesi lunghissimi”, racconta Leonardo, che ora sta cercando di tornare alla sua vita precedente. “Tempo un anno rimetto a posto pelle e articolazioni e torno a giocare a calcio”, afferma con determinazione.
La famiglia Bove è indignata per la gestione della tragedia e per le responsabilità dei Moretti, i proprietari del locale. “Siamo indignati soprattutto per quanto successo in questo periodo”, spiega la madre Loretta Arapi. “Jacques Moretti è in carcere solo ora. È un dolore incredibile che i Moretti abbiano dato così poco peso a tutti i ragazzi che non ci sono più e a tutti i ragazzi che stanno lottando in tutte le condizioni, senza una mano, senza la pelle, senza le orecchie. Per noi è assurdo, sono senza parole.”
Il sindaco di Crans-Montana e le indagini
La famiglia ha anche espresso il suo sconcerto nei confronti del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, che è stato descritto come “una delle persone più viscide che abbiamo incontrato”. “Noi abbiamo vissuto la disperazione, tra pianti e silenzi, e quest’uomo era lì, impassibile. Davvero ci siamo chiesti ‘ma noi con chi abbiamo a che fare?'”, racconta Loretta Arapi.
Leonardo preferisce non pensare a queste questioni e concentrarsi sulla sua riabilitazione. “Sui Moretti non penso niente, non mi interessano, mi interessa solo la mia vita. L’ho vista sfuggire una notte e non voglio più perderla”, dichiara con fermezza. “A Crans-Montana non tornerò più. Non ci voglio tornare, lo voglio cancellare dalla mia vita.”



