Laura Pausini è salita sul palco del Teatro Ariston dal 24 al 28 in veste di co-conduttrice, e lo ha fatto con un guardaroba che ha parlato quanto la sua presenza: misurato, riconoscibile e con qualche sorpresa studiata ad arte.
I cinque look alternati hanno saputo raccontare la sua identità artistica senza stravolgerla, giocando su silhouette pulite, palette scure e tocchi luminosi che hanno acceso la scena.
Una narrazione in cinque atti Accostare gli outfit alle serate del Festival significa seguire un filo rosso che unisce continuità e variazioni calcolate. Laura ha scelto spesso il total black come base identitaria — una sorta di firma visiva — ma lo ha fatto attraverso materiali diversi e dettagli che cambiavano volta per volta: dal blazer strutturato ai pantaloni dal taglio netto, fino al drammatico abito finale color rame.
Ogni cambiamento era pensato per funzionare anche davanti alle telecamere e sotto le luci del palco.
La giacca: elemento chiave La giacca è diventata un tratto distintivo del suo stile durante la rassegna. Un blazer ben tagliato offre struttura alla figura e libertà di movimento, adattandosi tanto a look composti da pantaloni quanto a quelli con lunghezze più sceniche. È un capo pratico ma anche simbolico: suggerisce controllo formale senza rinunciare a femminilità e personalità.
Texture e materiali a confronto Il guardaroba ha giocato molto sulle texture: pelle per un pizzico di grinta, velluto per profondità e tessuti tecnici per resistenza e resa fotografica. Queste scelte non sono casuali: materiali diversi modulano come la luce gioca sui volumi, mantengono la forma durante i movimenti e rispondono meglio alle esigenze di uno show televisivo. Tagli millimetrici, volumi calibrati e rinforzi invisibili hanno garantito che ogni capo restasse perfetto anche sotto stress scenico.
I colori e il loro ruolo Il nero, predominante, ha fatto da sfondo perfetto alle variazioni cromatiche pensate per emergere sul palco. L’alternanza con toni più vivaci e con la superficie ramata dell’abito finale ha aumentato la leggibilità visiva, catturando l’obiettivo sia in primo piano sia nelle riprese televisive. L’inserimento di elementi in cuoio ha introdotto un registro più rock senza snaturare la vestibilità complessiva.
L’abito finale: artigianalità scenica Il gran finale firmato Alberta Ferretti ha puntato sull’effetto wet: un tessuto color rame coperto di paillettes liquide che restituiscono una finitura speculare e dinamica. La costruzione è frutto di lavoro sartoriale accurato: basi strutturali pensate per distribuire il peso delle applicazioni, tagli precisi e rinforzi nascosti per mantenere leggerezza e definizione della silhouette. Sotto le luci, la superficie riflettente ha amplificato i movimenti e creato un impatto visivo immediato.
Pro e contro pratici Il vantaggio principale è l’impatto scenico: superfici lucide e dettagli sartoriali aumentano la presenza in camera e la memorabilità delle apparizioni. Tra le criticità, la necessità di cure specifiche per mantenere intatte le finiture (le paillettes richiedono manutenzione e attenzione a calore e sudorazione) e la sensibilità di alcuni materiali alle sollecitazioni. In generale, però, la resa visiva giustifica le attenzioni extra richieste.
Dal palco al mercato Questi abiti non restano solo un fatto estetico: producono effetti commerciali tangibili. La collaborazione con nomi dell’alta sartoria italiana dà visibilità agli atelier e genera richieste su misura. Nei giorni successivi al Festival si sono registrati picchi di interesse per gli stilisti coinvolti e un aumento delle commissioni su misura per artisti — segnali che puntano a ricadute concrete sul comparto sartoriale.
Un’immagine coerente e contemporanea La strategia d’immagine messa in campo da Pausini a Sanremo ha saputo coniugare fedeltà al proprio heritage estetico e desiderio di aggiornamento. Il risultato è stato un guardaroba che funziona su più livelli: efficace in diretta, leggibile in televisione e riconoscibile sul red carpet. Un equilibrio che rafforza l’identità dell’artista senza rinunciare a una modernità studiata. Il risultato è stato un percorso visivo coerente, capace di comunicare tanto quanto le parole.