Antonia Fotaras si presenta alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro come madrina della serata inaugurale della 62ª edizione, in programma dal 13 al 20 giugno. Figlia di un percorso che parte dall’Isola di Simi e arriva ai set internazionali, Fotaras porta al festival la propria storia professionale e personale fatta di scelte, formazione e collaborazioni importanti.
Classe 1999l’attrice italo-greca ha costruito un profilo costellato di esperienze diverse: dalla serialità italiana al cinema d’autore, fino a lavorare con registi stranieri. La sua presenza come madrina è vista come un ponte generazionale tra la memoria del festival e le nuove traiettorie del cinema contemporaneo.
Formazione e primi passi: dal laboratorio della scuola all’HB Studio di New York
Il primo approccio di Antonia con la recitazione è avvenuto in età scolare, quando partecipò a un laboratorio teatrale obbligatorio: quell’incontro precoce fece nascere un desiderio che poi si è trasformato in mestiere. A 14 anni, nonostante le esitazioni dei genitori, ha cominciato un percorso più serio a teatro; più avanti ha approfondito la tecnica anche all’HB Studio di New Yorkesperienza che ha ampliato la sua prospettiva artistica. Come lei stessa racconta, “L’arte è da sempre il mio rifugio” e quella spinta giovanile è diventata un istinto creativo che ha orientato le sue scelte.
Tra urgenza creativa e confronto familiare
La decisione di seguire la recitazione ha richiesto tempo per trovare un equilibrio con la famiglia: i genitori inizialmente avevano dubbi, poi col tempo hanno compreso le motivazioni dietro la sua determinazione. Oggi quel sostegno si traduce in un accompagnamento alle scelte professionali, e la giovane attrice dichiara di prendersi cura di quell’impulso iniziale, distinguendo chiaramente il lavoro artistico dall’industria che gli ruota intorno.
Dal corpo allo schermo: approccio fisico e ruoli significativi
Per Fotaras il corpo è un punto di partenza imprescindibile nella costruzione del personaggio: “Il mio corpo è la mia ancora, non può mentire“, afferma, sottolineando come la presenza fisica sul set sia fondamentale prima ancora della parola. Questo approccio si è visto già nel suo esordio in ruoli che hanno richiesto un impegno fisico significativo, come nel caso de Il primo re.
Passare dalla serialità al cinema implica, per lei, adattare lo stesso rigore interpretativo a esigenze narrative differenti: nelle serie spesso è richiesta rapidità produttiva e la costruzione di archi che si sviluppano nel tempo, mentre nei film la narrazione è più concentrata e definita. Nonostante le differenze, la costante rimane la cura del dettaglio e la presenza emotiva.
Esperienze internazionali e il set di Terrence Malick
Tra i progetti internazionali di cui ha fatto parte c’è The Way of the Wind di Terrence Malick. L’annuncio della partecipazione è arrivato dopo vari provini e callback; la chiamata che confermava il ruolo è stata per lei un momento di grande emozione: “È stato un sogno diventato realtà“. Sul set di Malick ha trovato modalità di lavoro diverse rispetto a quanto aveva conosciuto in precedenza, definendo l’esperienza “straordinaria” e trasformativa, un’occasione in cui ha sperimentato una nuova idea di libertà nello svolgimento del mestiere.
Identità multiculturale, lingua e progetti futuri
Fotaras parla correntemente sei lingue e questo elemento di multiculturalità le apre possibilità professionali oltre i confini nazionali: ha sostenuto provini per produzioni francesi, greche, inglesi e americane e ha in programma un film da girare a Londraoltre a una serie nata da una scuola di cinema internazionale a Roma. Tra i registi che ammira cita autori europei contemporanei e manifesta la volontà di esplorare produzioni in Grecia e oltre.
Riguardo alla sua generazione, mette in luce conflitti e aspettative: la lotta contro modelli di bellezza instabili, la pressione di una società performativa, temi legati a violenza di genere, diritti LGBTQ+, ambientalismo e antispecismo. È convinta che la generazione Z debba coltivare la capacità di sognare in grande e non rassegnarsi a una competizione tossica alimentata dai social: “sogno che mia generazione possa permettersi di sognare in grande“, ha detto, richiamando l’importanza della solidarietà e della collaborazione tra colleghe.



