Yado: quando le curve di Brigitte Nielsen non bastano

Ah, meraviglia. Proprio in questi minuti Rete 4 sta ritrasmettendo una perla della cinematografia mondiale, Yado.

Se amate le pellicole piene di fanciulle seminude, nerboruti omaccioni che tentano di macellarsi con grosse spade, umorismo spiccio ed effetti speciali di terza categoria, allora Yado fa al caso vostro. Le uniche pecche potrebbero essere il principe-bambino (invero fastidioso) ed il fatto che non ci siano mostri enormi (solo grandi).

Se invece volete una recensione un filo più seria, ne trovate una dopo il salto.

Direi di partire dal principio, ovvero dal mistero che sembra circondare il titolo stesso del film: Yado. Nella versione originale made in USA, infatti, la pellicola si chiama – giustamente – Red Sonja, riferendosi alla *vera* protagonista della vicenda (Sonja, appunto). Per sfruttare a dovere la popolarità in quel periodo raggiunta dallo Schwarzenegger post-Conan, però, in Italia si decise di variare arbitrariamente il titolo, spostando l’attenzione del pubblico dal character interpretato da Brigitte Nielsen a quello del muscoloso Arnold… che però, stando a quel che affermano i titoli di coda, si chiamerebbe Kalidor. Non riesco quindi a capire da dove sia spuntato il nome Yado; anche su internet pare difficile trovare qualcosa al riguardo.

Restando un attimo sul personaggio di Schwarzenegger, non si può fare a meno di notare come questi sembri saltare fuori nei momenti più impensabili, quasi a caso, come se la sua parte fosse stata inserita a forza dagli autori nel copione nel duplice timore di presentare un fantasy senza l’attore austriaco e, di conseguenza, di non riscontrare il favore del pubblico.

Kalidor/Arnold a parte, il film presenta una serie di carenze e di svagatezze più o meno grossolane: dai dialoghi poco incisivi alla recitazione poco ispirata, dalla piattezza degli scontri alla pretestuosità di certe situazioni – quale la curiosa scena del ponte d’ossa, in cui i nostri eroi devono attraversare un cupo burrone. *Guardacaso* poco distante vi è lo scheletro d’una immane creatura che *casualmente* congiunge i due lati del baratro. Come se non bastasse, qui Sonja ha anche la sfrontatezza d’affermare: “Usiamo quello scheletro come ponte”, come se nessuno prima di lei fosse mai stato in grado d’arrivare ad una simile conclusione.
Vi sono, tra l’altro, alcune scelte narrative indecifrabili: se ad esempio Kalidor viene presentato al pubblico come supremo signore, designato per distruggere il pericoloso talismano, perché in seguito Sonja dichiara d’essere l’unica a poter toccare l’artefatto? Ed inoltre, perché alcuni combattimenti assolutamente secondari ai fini della vicenda (tipo quello contro la bestia acquatica meccanica), portano via un’infinità di tempo, senza tra l’altro alcuna motivazione plausibile, a parte allungare il minutaggio totale?
Va sottolineata l’apprezzabile volontà di infondere nella storia una certa dose d’ironia leggera, a tratti molto fan service, che in fin dei conti non fa mai male; tuttavia, persino in questi momenti la pellicola pare possedere poco mordente, mostrando un po’ troppo la corda, risentendo del peso degli anni ed apparendo in definitiva come un prodotto simpatico, ma ormai superato.

Scritto da Style24.it Unit
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