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Simona Ventura e Valérie: se in tv è proibito pronunciare la parola ninfomane

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Arriva in Italia l'ennesimo film scandalo – ormai con questa etichetta vengano annunciati almeno dieci titoli l'anno – e il nostro paese si fa subito riconoscere dando un'eccellente dimostrazione di bigotteria e provincialismo. O, meglio ancora, di paura nei confronti dell'ira del potente di turno, politico o cardinale che sia: tanto ormai è impossibile distinguerli.

Il film in questione si intitola Valérie – Diario di una ninfomane e racconta la storia di una donna che vive la propria sessualità nel modo più libero e spregiudicato possibile, fino ad arrivare alla scelta estrema di prostituirsi.

Appena sbarcata in Italia la pellicola francese incontra un primo ostacolo, relativo all'immagine della locandina (che vedete in foto): troppo scandalosa quella mano che si insinua negli slip indossati da una donna. Non sia mai che qualcuno possa osare pensare che anche le donne praticano l'autoerotismo!

Comunque i distributori italiani decidono di venire incontro alle richieste di chi si occupa della pubblicità cinematografica e oscurano la mano galeotta. Ma non basta, si fa notare che affinché la locandina possa essere esposta sarebbe necessario riformulare il titolo censurando la parola ninfomane. A quel punto, saggiamente, i distributori della Mediafilm decidono che tanto vale non esporre nessuna locandina.

Ultimo episodio: ieri l'autrice del libro da cui il film è tratto, Valérie Tasso, sarebbe dovuta intervenire a Quelli che il calcio, il programma di Simona Ventura in onda nel pomeriggio domenicale del secondo canale. Ma anche qua è arrivato subito lo stop dei vertici Rai: figuriamoci se nella tv appaltata al Vaticano ci si può sognare di pronunciare la parola ninfomane! Troppo alto il rischio che poi qualche pia donna vada a leggersi il significato sul vocabolario e si faccia venire strane idee in testa.

Non voglio esagerare nella polemica, anche perché non è improbabile che il film in questione si riduca alla solita sequela di amplessi mal recitati, che possono andare bene giusto a qualche dodicenne brufoloso che cerca di placare i bollenti spiriti. Però, allo stesso tempo mi chiedo: se il film avesse parlato di un novello Casanova avrebbe prodotto le stesse reazioni? Una locandina con un uomo che accenna a infilare una mano sotto le mutande avrebbe creato lo stesso imbarazzo?

Domanda: quanti di voi sanno se esiste l'equivalente maschile del termine "ninfomane"? Forse pochi, io per esempio non lo sapevo. La parola è satiro (da satiriasi) ma evidentemente è un termine che non usa nessuno perché, al di là dell'emancipazione e della parità tra i sessi, diciamocelo francamente: nel nostro paese la cara vecchia doppia morale sessuale è più forte che mai. E allora per un uomo essere un satiro, detto più prosaicamente: puttaneggiare a proprio piacimento, è un vizietto tutto sommato scusabile e che fa anche simpatia, tanto diffuso che neppure se ne conosce il nome, nel caso di una donna comportarsi da ninfomane significa all'opposto essere giudicata né più né meno come una malata di mente.

Ma questa differenza ha radici profondissime e nel nostro paese può essere considerata un vero e proprio tabù. Se prendete lo Zingarelli il termine satiro è definito come «uomo dalla sessualità morbosa», mentre la parola ninfomane reca la seguente spiegazione: «donna affetta da ninfomania». Si avverte una leggera sfumatura tra le due definizioni vero?

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