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Se Milena Gabanelli di Report è l'unica che fa vero giornalismo in tv

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Ieri altra eccellente puntata di Report sul nucleare e soprattutto su Catania, dopo la magistrale inchiesta dell'altra settimana sull'assegnazione delle frequenze televisive. Bisogna dirlo: il programma di Milena Gabanelli è oggi l'unico esempio di puro giornalismo d'inchiesta della televisione italiana, laddove anche le migliori trasmissioni d'informazione (Anno zero, Ballarò, il Matrix di Mentana) sembrano impantanate nella formula del talk show .

Un talk show purtroppo gestito all'italiana, dove gli ospiti snocciolano dati e citano leggi senza che il conduttore si dia pena di verificare l'attendibilità di ciò che viene detto e quindi lasciando il telespettatore medio in balia di informazioni di cui non può stabilire l'attendibilità.

Questo quando va bene, perché quando va male si assiste semplicemente a un teatrino televisivo dove gli ospiti, soprattutto quando sono dei politici, si interrompono l'un l'altro sovrapponendosi con la voce e vanificando qualsiasi possibilità che chi guarda da casa possa comprendere alcunché.

Se ci mettiamo dalla parte del telespettatore medio, grosso modo di tutti noi, il risultato dell'informazione politica formato talk show è – al di là delle migliori intenzioni – solo uno: si finisce per parteggiare per il politico del proprio partito quasi a prescindere da quello che si sente. Perché quando i termini della questione non sono chiari, l'elettore-telespettatore adotta delle scorciatoie per stabilire da che parte stare: non potendo giudicare nel merito si rifà ad elementi secondari come la vicinanza politica o il carisma di chi parla.

In parole povere: se un elettore di destra sente dire a Franceschini che i poveri in Italia stanno aumentando e da Tremonti che non è vero, in assenza di dati certi forniti dalla trasmissione, sarà portato a credere a quest'ultimo, e viceversa per un elettore di sinistra.

Report invece fa quello che ogni buon giornalismo d'inchiesta (e non solo d'inchiesta) dovrebbe fare: informa i cittadini attraverso cronache puntuali, dati, cifre, sentenze, leggi e spiegazioni di esperti e solo dopo intervista i protagonisti della politica e dell'economia, che dai giornalisti sono continuamente richiamati a confrontarsi con quei dati di fatto che sono appena stati spiegati al pubblico.

In questo modo si impedisce al politico di turno di sparare cifre a caso e si permette allo spettatore di capire la questione e di poter maturare un'opinione fondata sui fatti.

E ancora questo stile giornalistico di tipo anglosassone, che racconta la realtà con un rigore quasi scientifico, tentando di evitare qualsiasi lettura ideologica (come per esempio troppo spesso fa Michele Santoro), consente al gruppo di Report di guadagnare una straordinaria autorevolezza e di potersi presentare in modo credibile nelle vesti di arbitro, di voce terza non legata ad interessi di parte.

C'è da domandarsi come un programma d'informazione così autorevole e libero possa continuare ad esistere nei palinsesti dell'iper-controllata e politicizzata televisione italiana. Forse governo e politici si sono fatti due conti: finché Report resta sulla terza rete e non supera la solita quota di audience meglio sopportare che censurare.

Certo, in un paese normale, una trasmissione del genere – come nessun'altra di servizio pubblico – andrebbe in onda nel primo canale della televisione di stato, in prima serata e con tutti gli onori.

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