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Sanremo 2019, Ultimo ripensi a Toto Cutugno nel 1983

Sanremo 2019

Sanremo 2019 rimarrà nella storia per la polemica assenza di Ultimo dagli impegni post Festival: ecco perché Ultimo ha torto.

Sanremo 2019 sarà certamente ricordato per il gran numero di polemiche suscitate dalla vittoria di Mahmood su Ultimo, piazzatosi soltanto al secondo posto nonostante avesse ricevuto un enorme sostegno da parte del pubblico. Se il Codacons ha presentato un esposto all’Antitrust e lo stesso Ultimo ha chiesto scusa a coloro che lo hanno votato spendendo dei soldi “inutilmente”, è il caso di ricordare come sono andate le cose in diversi casi emblematici passati alla storia di Sanremo.

Ultimo come Toto Cutugno

Nel corso della sua lunghissima e a volte turbolenta storia, il Festival di Sanremo ha sempre diviso il pubblico e, in più di un’occasione, ha messo in luce la larghissima differenza di gusto tra il pubblico e la critica. Un caso emblematico è quello che fu registrato nelle cronache del Festival nell’ormai lontano 1983, anno in cui Toto Cutugno presentò al Festival la canzone che sarebbe diventata non soltanto il suo cavallo di battaglia ma anche una sorta di inno non ufficiale degli italiani all’estero.

All’epoca vinse il Festival Tiziana Rivale, mentre Cotugno dovette accontentarsi di un quinto posto ufficiale.

Fu chiaro però fin da subito che il popolo italiano (che all’epoca non aveva modo di esprimersi attraverso il televoto ma si trovava costretto a votare attraverso le schedine del totip) aveva incoronato Cotugno vincitore assoluto del Festival. A testimoniare che un piazzamento mediocre non ostacola il successo di una canzone, bisogna ricordare assolutamente anche il famosissimo episodio di Vita Spericolata interpretata da Vasco Rossi che si superò le eliminatorie per classificarsi penultima nella classifica stilata alla fine del Festival (lo stesso Festival che vide trionfare la Rivale e Toto Cutugno in quinta posizione).

Il peso della giuria

Nelle scorse edizioni del Festival raramente si è gridato al complotto o, peggio, all’irregolarità del voto. In anni molto recenti soltanto Gigi D’Alessio si spinse ad affermare che le cosiddette giurie tecniche fanno in modo da penalizzare i beniamini del pubblico per far andare avanti artisti che propongono prodotti musicali radical chic e che risultano completamente incomprensibili a gran parte dei fruitori di musica pop.

D’Alessio colse parzialmente nel segno, ma tirò conclusioni completamente sbagliate: le giurie di specialisti hanno sempre avuto il compito, soprattutto negli ultimi anni, di bilanciare il voto del pubblico da casa, impedendo che artisti usciti dai talent e ancora piuttosto acerbi dal punto di vista artistico potessero monopolizzare la parte più alta della classifica.

La giuria tecnica di quest’anno ha fatto esattamente questo: la sala stampa e la giuria d’onore di Sanremo hanno votato in massa per Mahmood, equilibrando quindi i voti ottenuti da Ultimo esclusivamente attraverso il televoto di ragazzi piuttosto giovani che formano un’agguerritissima fanbase.

E’ proprio questo il motivo per cui Loredana Bertè si è piazzata soltanto al primo posto: non ha avuto dalla sua (com’è comprensibile data l’età) una schiera di fan costante, organizzata e agguerrita, disposta a votare ogni sera per cinque volte il proprio beniamino attraverso gli smartphone.

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