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Royal Pains, il medical dove l'inverosimile Š di casa

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“Mi servirà dell'alcool, un coltello molto appuntito, del nastro adesivo, una penna a sfera ed un sacchetto trasparente”
“Ma chi sei, MacGyver?”

(tratto dall'episodio di domenica sera)

Dopo l'eccezionalità medica fra le mura d'un ospedale, rappresentata dal Dr. House, ecco l'eccezionalità medica fuori dagli ospedali nel nuovo telefilm di Italia Uno, Royal Pains.

Ne ho visto solo un episodio, ma so già che non potrò più farne a meno.

Pensieri sparsi:

1) Un “medico a domicilio per vip” che apre & ricuce riccastri eccentrici in giro per la città. L'idea è divertente, ma quanto potrà reggere prima di svaccare totalmente, trasformandosi in un pittoresco ibrido tra MacGyver – appunto – e Grey's Anatomy?
2) Già nella prima puntata ci sono state le prime, inequivocabili avvisaglie di delirio trash-narrativo. Il protagonista, il brillante medico newyorkese Hank Lawson, in due ore di telefilm è riuscito a: perdere lavoro, casa e promessa sposa per un incredibile colpo di sfortuna; venire trascinato dalla spalla comica della serie (il fratello) negli Hamptons, dove salva una vita qui ed una lì trovandosi sul posto per mera fatalità; venire pagato in lingotti d'oro da un munifico mecenate tedesco (che alla fine gli concede anche di vivere nella lussuosa dépendance della sua principesca dimora); trovare anche il tempo per incontrare la donna perfetta, che guardacaso è anche la direttrice di un ospedale, innamorandosene subito (ricambiato).
3) Il comic relief, ovvero il momento spiritoso, qui rappresentato dal fratello commercialista. Ecco, no, dico… è necessario farlo soffrire così? Si vede lontano un miglio che il poverino sarà sì utile al fratello, ma che non batterà chiodo. Propongo fin da ora una petizione per fargli andare in porto almeno un tentativo di avance.
4) La rottura/decostruzione di alcuni clichè comporta la nascita d’uno schema parallelo e contrario di anti-clichè che man mano divengono essi stessi clichè, in una contorta spirale di cui non si vede la fine. Traduzione: se il protagonista di ogni telefilm è buono, presentandone uno cattivo si rompe il clichè, ma se da quel momento tutti i nuovi protagonisti sono cattivi, si approda ad un nuovo clichè che finge di non esserlo. In Royal Pains alcuni stereotipi vengono sapientemente derisi (come con la battuta su MacGyver), ma i clichè principali, ovvero quelli che forse dovrebbero davvero sparire, non solo rimangono, ma non fanno che spiccare ancor di più: grandi classici come “l’eroe che salva la situazione con un colpo di genio”, “le immancabili battute very cool” e l’onnipresente “amore/amicizia che alla fine trionfa su tutto”. Mi riferisco in particolare alla donna perfetta del punto due, fastidiosa incarnazione d'ogni possibile qualità umana: è bella, giovane, posata, altruista, simpatica, intelligente, responsabile, elegante, umile, gentile, ecc. Troppe cose in troppo poco spazio, diceva Einstein. Le scappasse un rutto ogni tanto, risulterebbe più simpatica.

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