Roma Film Festival 2011: Nuit blanche, recensione

Recensione della prima sorpresa del festival, il poliziesco Nuit blanche presentato nella sezione Extra del Festival Internazionale del Film di Roma. Solo su Blogosfere Spettacoli

Una delle cose più belle che possano succedere a un cinefilo durante un Festival, a parte incontrare qualche mito personale, è la scoperta di qualche film sconosciuto e caratterizzato da nomi poco roboanti che si rivela poi essere un gioiellino inatteso. Nuit Blanche di Frédéric Jardin, presentato fuori concorso nella sezione Extra, è un perfetto rappresentante di questa meravigliosa categoria.

Il film è un polar, ovvero poliziesco noir francese, ambientato quasi interamente all’interno di una maxi discoteca parigina. Nell’antefatto che spiega le relazioni tra i personaggi vediamo come Vincent e il suo collega Manuel, poliziotti corrotti, abbiano organizzato un colpo finito male, allo scopo di impadronirsi di una partita di droga di grande valore. 

I due vengono purtroppo identificati e la gang cui appartiene la discoteca decide di rapire il figlio di Vincent per costringerlo a restituire il maltolto. In un’unica serata il personaggio interpretato da Tomer Sisley dovrà districarsi tra malviventi che vogliono fargli la pelle, poliziotti (corrotti e non) che cercano di arrestarlo e un figlio da salvare anche per recuperare il rapporto perso da molto tempo.

Ispirato per diretta ammissione del regista al cinema d’azione sudcoreano, il film è un’entusiasmante discesa agli inferi girata con ritmo frenetico, serrato e adrenalinico, in cui un’ottima scrittura tiene assieme molteplici situazioni e una sarabanda di personaggi che si incontrano, si incastrano e si incrociano, con il graditissimo bonus di un’ironia improvvisa e irresistibile che paradossalmente alimenta la tensione, invece che raffreddarla.

Costato molto poco (all’incirca 3 milioni di euro) e girato in appena 40 giorni, la pellicola è una di quelle opere in cui ogni fattore è attentamente calibrato e viene perfettamente miscelato agli altri: nonostante la grande concitazione delle scene d’azione (tra cui un’epica scazzottata in cucina che dura 5 minuti buoni) il montaggio non fa perdere quasi mai il filo logico di ciò che sta accadendo sullo schermo; stesso discorso si potrebbe fare per la fotografia che, livida e spesso cupa a causa degli ambienti ritratti, restituisce il senso d’angoscia della situazione in cui si trova il protagonista; coinvolgente anche la musica, incalzante durante le colluttazioni e le sparatorie e riflessiva nei momenti di ripiegamento interiore.

Equamente diviso tra violenza parossistica mai crudele o insensata e attimi di lieve ironia salace data dalla reiterazione di incontri e situazioni (vince su tutto il cingalese minacciato in cucina), il film ha conquistato il pubblico del Festival Internazionale del Film di Roma, attento e partecipe, che ha risposto con fremito e riso agli innumerevoli colpi di scena di cui è costellata la strada verso la redenzione che intraprende Vincent.

L’unico difetto che si può imputare alla pellicola è la presenza di troppi finali, ma si tratta di un peccato veniale, dato che si chiederebbe sempre di più da un titolo che tieni incollati alla poltrona del cinema fino (quasi) alla fine.

Scritto da Style24.it Unit
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