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Renzo Bossi e Lega ladrona: che tristi quei padani così terroni

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In tv i militanti padani sono così clementi di fronte alle ruberie nel partito che sembrano più italiani di tutti: per la serie, i figli so’ piezz’ e’ core e al posto dell’Umberto avremmo fatto lo stesso

In questi giorni in tv si è dato ampio risalto allo scandalo che sta investendo la Lega Nord (intanto sono arrivate le dimissioni di Renzo Bossi), alle prese con il triste spettacolo del magna magna a cui ci avevano abituato i partiti della Prima e, per la verità, pure della Seconda Repubblica.

Qualcuno ha notato che molte immagini ricordano tristemente quelle di Tangentopoli, con i dirigenti leghisti che borbottano qualche difesa d’ufficio del capo o abbassano gli occhi vergognosi, come facevano i democristiani di fronte al ciclone che stava travolgendo la Prima Repubblica, o che scappano dalle telecamere offendendo e spintonando i cronisti, non lontani  dall’arroganza dei vecchi craxiani, increduli di fronte allo sgretolarsi del loro sistema di potere e al declino del capo. Proprio quei socialisti e quei democristiani contro cui i leghisti esponevano il cappio in parlamento, facendosi portavoce dell’esigenza di una pulizia morale che rivoltasse come un calzino il Paese.

Ma se i no comment imbarazzati e le acrobazie retoriche del politichese sono comprensibili tra i big e i dirigenti del partito, che prima di esporsi devono capire bene da che parte tira il vento per non bruciarsi, appare stupefacente notare la stessa prudenza e diplomazia tra militanti ed elettori. Tutti pronti a mettere la mano sul fuoco rispetto all’onestà di Umberto Bossi e a giurare che, una volta fatta pulizia e scartate le mele marce (o i capri espiatori?), la Lega tornerà più forte di prima. Per non parlare di chi, e non pare siano pochi, difende a spada tratta il Senatur e crede alla favoletta del complotto dei giudici romani (dopo le toghe rosse, ci mancava pure questa).

Da un lato, come fanno molti, si possono spiegare questi atteggiamenti della base ricordando la diversità della Lega rispetto agli altri partiti “leggeri” della Seconda Repubblica. Lasciando perdere la storia del partito leninista, il Carroccio è senza dubbio una formazione politica più vicina al Novecento che ai nostri tempi: un partito radicato sul territorio e soprattutto fonte di identità per i propri militanti, quindi molto di più che un’alternativa elettorale. Per molti, è un pezzo di se stessi che se ne va, una lente d’interpretazione del mondo che si appanna e diventa inservibile.

Ma secondo me c’è anche dell’altro, qualcosa di molto scomodo e di difficile da ammettere per le camice verdi. C’è, al di là degli slogan sulle origini celtiche e dei racconti del professor Miglio che parlava in tedesco con la nonna, la profonda italianità dei sedicenti padani. I quali, di fronte a un leader che storna un po’ di soldi dai fondi del partito per far studiare il rampollo e comprargli l’auto sportiva, fanno fatica a indignarsi, perché i figli so’ piezz’ e’ core, e forse un po’ tutti nei panni dell’Umberto avrebbero agito allo stesso modo. Altrettanto dicasi per la ristrutturazione della casa, o comunque per la gestione allegra delle finanze, ché un capo che non rubacchia qualcosa per sé rischia quasi di apparire un po’ fesso.

Ecco, credo che il problema principale del disastro leghista sia proprio questo: la tanto ostentata e proclamata diversità non c’è: Milano non è così lontana da Napoli e nelle valli del bergamasco si respira lo stesso familismo amorale e la stessa cultura antistatale che si avverte in Sicilia o in Calabria. Del resto, rimborsi elettorali a parte, parliamo di un partito che ha governato per quasi tutta la durata della Seconda Repubblica insieme agli amici di Berlusconi e Cosentino, che a parte piazzare i suoi uomini in ogni ente pubblico non si capisce cosa abbia ottenuto per il Nord, che impone la candidatura del figlio del leader con una logica nepotista che manco nei clan mafiosi. Appunto: Padania, Italia.

(In alto: Umberto e Renzo Bossi; fonte: infophoto).

Scritto da Style24.it Unit

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