Quanto valgono i Format? Una perfetta analisi di Affari e Finanza di Repubblica

Quanto valgono i Format?

Un documentato articolo pubblicato oggi da Affari e Finanza di Repubblica fornisce delle stime attendibili sul giro d'affari globale, sul valore dei singoli programmi (200 mioni di dollari Il Grande Fratello, 180 Chi vuol essere milionario) ,sui fatturati delle società di produzione, e sulla "longevità" di un concept inedito, che va dai 3 ai 15 anni.

Sul business complessivo, la giornalista Renata Fontanelli cita la stessa cifra che avevo segnalato in questo post, utilizzando come fonte un dato non aggiornata del Frapa (Associazione per la protezione ed il riconoscimento dei format): 2, 4 miliardi di euro nel 2004, che dovrebbe proiettare la stima attuale su una cifra che supera i tre miliardi.

L'articolo si occupa inoltre dell'aspetto normativo, che presenta una grossa lacuna: i programmi giornalistici originali non sono considerati Format, fornendo agli operatori televisivi più disinvolti possibilità di plagio che non sono perseguibili per Legge.

Il pezzo di Repubblica, oltre a darmi l'occasione di rimandare chi è interessato a questi temi anche al mio post in cui trattavo lo stesso argomento, è dunque imperdibile per i lettori di Format

Lo ripropongo di seguito anche nel mio blog (clicca su "continua a leggere…" se sei in home page), perchè temo che in futuro scomparirà dagli archivi on line di Affari e Finanza di Repubblica
Leggi l'articolo su Affari e FinanzaLeggi il mio post del 6 febbraio 2006 "Radiografia di un affare da 2 miliardi e mezzo di euro"

La battaglia dei ‘format' un'idea che vale milioni

di Renata Fontanelli, pubblicato lunedì 18 settembre su Affari e Finanza di Repubblica.

La rovente polemica Endemol-Bonolis sulla paternità di ‘Fattore C' porta alla luce una realtà che è la più ricca dell'universo televisivo: oltre tre miliardi di giro d'affari globale

Il business è notevole, ma soprattutto in crescita.

Quello che manca è una legge ad hoc, quindi ci si destreggia tra soluzioni dei contenziosi in via arbitrale.

Stiamo parlando del mondo dei format, misteriosa parola che indica, secondo la Siae, «un'opera dell'ingegno avente struttura originale esplicativa di uno spettacolo e compiuta nell'articolazione delle sue fasi essenziali e tematiche. L'opera deve presentare i seguenti elementi qualificanti: titolo, struttura narrativa di base, apparato scenico e personaggi fissi».

Ma quanto vale un format?

Scoprirlo è difficilissimo.

L'unica cifra vera trapelata nella storia è quella del format di Chi vuol essere milionario, venduto dalla Celador ad un gruppo di società distributrici per 180 milioni di dollari. Un format più prestigioso come il Grande Fratello supera sicuramente i 200 milioni.

E c'è poi un risultato complessivo: la rivista di settore Screen Digest, in collaborazione con Frapa (Associazione per la protezione ed il riconoscimento dei format), quantificò il business mondiale 2004 in 2,4 miliardi di euro con una crescita del 35% sul numero dei format sull'anno precedente, e in 6,4 miliardi la cifra relativa i tre anni 2002-2004. Ora gli analisti ritengono che si sia arrivati almeno a tre miliardi.

Un'altra via di calcolo è induttiva: la numero uno mondiale del settore, l'olandese Endemol, patron del Grande Fratello, della Fattoria, di Affari tuoi e di tanti altri format ha contabilizzato a livello globale un fatturato di 516,6 milioni di euro nella prima metà del 2006, un miglioramento del 22,6% sulla prima metà del 2005. L'utile netto è cresciuto del 19,6% da 38 a 45,6 milioni. La filiazione italiana, terza nella graduatoria per importanza, ha fatturato 78,2 milioni di euro, un aumento di ben il 38,5%.

Al secondo posto c'è Magnolia, che fattura una sessantina di milioni di euro l'anno, con format quali L'isola dei famosi, CameraCafè, Markette. E poi altri marchi, Grundy, Fascino, Einstein.

Tutti, come dimostra la controversia BonolisEndemol, alle prese con il problema delle regole.

Spiega Giorgio Gori, presidente di Magnolia: «La situazione è confusa. Negli Stati Uniti le regole sono più chiare. E' anche una questione etica». Alcuni programmi come Chi vuole essere milionario vengono messi in onda nella stessa identica maniera in tutto il mondo. «In altri casi l'idea originale viene adattata ai gusti dei paesi in cui viene esportata. Noi abbiamo comprato in Argentina i diritti di El Legado, che in Italia è diventato L'eredità e ne abbiamo modificato molti elementi, pur facendo salva l'idea di base e continuando quindi a riconoscere i diritti ai detentori del format originale».

Sul mercato del format un prodotto può durare dai 3 ai 15 anni.

E' più semplice commerciare trasmissioni già collaudate che inventarne di nuove ed introdurle sul mercato, ma questa è la soluzione più redditizia.

Commenta Gori: «La televisione commerciale si va imponendo in tutto il mondo, rendendo più omogenei i gusti e aprendo le nuove frontiere dei paesi in via di sviluppo, come l'India e la Cina. Le possibilità di fare crescere il business ci sono, eccome».

Gli Usa sono il paese più importante in termini di produzione di format, seguiti da Germania, Francia e Italia. L'Inghilterra è il più grosso esportatore (il 32% delle ore di format commercializzate proviene da Oltremanica per 1,9 miliardi di euro). Nell'export seguono Stati Uniti, ed Olanda. Questi tre paesi totalizzano il 72% del mercato. La Germania, seguita da Italia e Francia, è il maggior importatore.

Il genere più venduto è il game show, il reality è il più importante in termini di incassi. In crisi il dating show, in cui vengono coinvolte coppie di concorrenti. Chiarisce l'avvocato Mario Morelli specializzato in diritto delle comunicazioni: «La giurisprudenza si orienta verso una tutela sempre maggiore del format purché abbia le caratteristiche dell'originalità e della creatività. La legge è del '41 offre possibilità di tutela, anche se andrebbe rivista».

Non sono format i programmi giornalistici, il che fa arrabbiare Michele Santoro: «Le mie trasmissioni sono sempre state copiate. In Tempo Reale sono stato il primo ad introdurre Internet in televisione, poi l'hanno fatto tutti. Per Sciuscià ho inventato lo schermo in verticale e anche quello è stato saccheggiato. Non capisco perché elementi artistici ed innovativi debbano essere considerati giornalistici, mentre aria fritta diventa format. Come non capisco perché ci sia tutta una zona dove si può scopiazzare liberamente».

Qualcosa si sta muovendo. Spiega Linda Brunetta, vicepresidente della commissione DOR della Siae: «Insieme con i tecnici della Siae, Marco Bassetti di Endemol, Carlo Bixio e Biagio Proietti stiamo ultimando un disegno di legge che introduce la tutela delle idee nel diritto italiano. Oggi la tutela esiste sulle puntate ma non sull'idea primigenia. Chiunque può copiare un programma». A chiedere più tutela sono in tanti.

Commenta Gori: «Deve assolutamente esserci una certezza di protezione della proprietà intellettuale». A quel punto il mercato potrà svilupparsi ulteriormente: «In realtà, Rai e Mediaset sono impegnate nella produzione diretta dei contenuti. La Rai ha migliaia di dipendenti, e Mediaset si è adeguata allo stesso schema. In altri paesi, a fronte di strutture organizzative più snelle il ricorso a produzioni esterne è assai più diffuso».

Scritto da Style24.it Unit
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