Perché la Rai racconta (benissimo) Franco Basaglia e non un Dr. House psichiatra

Che bella sorpresa poter seguire una produzione televisiva come quella trasmessa ieri e avant'ieri da Rai uno, che esce dal solito buonismo didascalico o dall'intrattenimento leggero da avanspettacolo che di solito caratterizzano le fiction del piccolo schermo, per raccontarci un pezzo di storia straordinariamente importante e dimenticata, quella della battaglia di Franco Basaglia contro la psichiatria degli elettroshock, del controllo sociale, della repressione della diversità attraverso giustificazioni pseudoscientifiche che nascondevano semplicemente le regole della morale borghese di allora.

Ecco, quando la tv di stato è capace di portaci il cinema a casa, perché "C'era una volta la città dei matti" aveva senza dubbio tutte le carte in regola per approdare con successo sul grande schermo, allora per una volta siamo tutti più felici di pagare il canone. Peccato che la Rai sia così avara di operazioni di questo livello, e svaluti un genere di così grandi potenzialità come quello dei film tv con produzioni mediocri e insulse, che difficilmente si distinguono dal livello infimo dei reality e dei talk show.

C'è da dire che le poche volte in cui Rai Fiction è riuscita a volare alto è stato sempre con film di ambientazione storica, che si cimentavano nella ricostruzione di un'epoca, di un evento, di un personaggio. Nel campo della vera finzione si è sempre scelto di rischiare il meno possibile, di rimanere entro i confini dell'intrattenimento dozzinale per famiglie, tra medici dal cuore d'oro e preti detective.

Il motivo è facilmente comprensibile. Se ci si avventura fuori dai soliti clichè, a sperimentare nuove idee e nuovi linguaggi, abbandonando il terreno sicuro dei buoni sentimenti della fiction formato Mulino Bianco, il pericolo concreto è quello di andare incontro a bocciature, polemiche, censure e boicottaggi politici di ogni tipo. Come accadde al capolavoro di Marco Tullio Giordana, La meglio gioventù, prodotto per la televisione e che la Rai si decise a trasmettere – dopo averlo bloccato – solamente dopo il successo al festival di Cannes.

Il modo più sicuro per far passare certi messaggi in tivù rimane quello di raccontare il passato, la storia con la s maiuscola, perché la storia, se raccontata con obiettività e onestà intellettuale, è (almeno fino a un certo punto) meno contestabile, meno soggetta alla scure della censura, in un paese dove purtroppo la televisione è governata dalla politica e utilizzata dal potere soprattutto come mezzo di controllo e condizionamento sociale.

Ecco perché se si vuole raccontare che la follia è semplicemente una parte di noi, e non necessariamente la parte più oscura, è più semplice scegliere di rievocare la storia di Franco Basaglia – bellissima e che merita di essere raccontata – piuttosto che arrischiarsi a immaginare e dare vita a un Dr. House italiano della psichiatria. Per operazioni del genere ci vorrebbero i partiti fuori dalla tv, ci vorrebbe quell'aria di libertà che in questo paese non si respira da molti anni.

(Nella foto: i bravissimi Fabrizio Gifuni e Vittoria Puccini in una scena della fiction).

Scritto da Style24.it Unit
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