Mission Impossible 4 trailer e recensione di Ghost Protocol

Mission Impossible 4 Protocollo Fantasma può essere visto come un doppio banco di prova: da una parte troviamo Brad Bird, regista di punta della Pixar che ha firmato Gli incredibili e Ratouille, che doveva dimostrare di essere capace di dirigere un film live action adrenalinico e pieno d’azione: dall’altra Tom Cruise, alla veneranda età di 50 anni, doveva dimostrare, dopo esseri scoperto autoironico in Tropic Thunder, di essere ancora una star adatta agli stunt spericolati.

La risposta a entrambi gli interrogativa è affermativa, con una precisazione per entrambi, che andremo a svelare dopo aver introdotto un po’ la trama del film (niente di particolarmente eccitante), che vede la partecipazione anche di Jeremy Renner e Simon Pegg.

L’Impossible Mission Force, capeggiata da Ethan Hunt, viene incolpata ingiustamente di un attacco terroristico che ha devastato il Cremlino. I membri del team, abbandonati da tutti, dovranno fermare il vero responsabile, il misterioso Cobalt, che ha come obiettivo quello di scatenare una guerra nucleare per un motivo che definire folle sarebbe eufemistico.

Aiutato da gadget tecnologici incredibili e spesso non funzionanti al momento giusto, dalla cui inaffidabilità dipendono le migliori gag fisiche del film (ché quelle verbali non sono niente di che), Ethan Hunt e il suo team si producono in una serie di missioni una più arzigogolata dell’altra che comprendono travestimenti, scalate a mani nude di grattacieli altissimi, salti nel vuoto, inseguimenti durante tempeste di sabbia e combattimenti dentro parcheggi multilivello per macchine.

La pellicola, e la regia, dà il meglio di sé quando è l’azione a prevalere. Fedele alla metafisica della leggerezza della Pixar, i corpi degli agenti segreti vengono sbalzati da una parte all’altra dello schermo, in un vortice cinetico spesso parossistico ma sempre efficacemente visualizzato grazie a un montaggio competentemente ordinatore. Di questi corpi però, duole dirlo, non si può dire che importi molto allo spettatore, vittima come sono di una sceneggiatura che dà poco spazio a un processo di empatizzazione con i protagonisti, imbrigliandoli in categorie stereotipiche che l’ironia postmoderna, di cui è imbevuto il film, non riesce a scalfire. Eventi traumatici, insicurezze, perdite luttuose sono semplicemente gli attributi che vengono conferiti automaticamente ai personaggi per conferire un qualche colore a tele altrimenti stinte, come lo sono le interpretazioni incolori di buona parte del cast (in particolare un Tom Cruise monolitico e come poche altre volte).

Peccato per il non piccolo neo perché, fosse stato curato maggiormente questo aspetto, ci si sarebbe trovati di fronte a una pellicola che sarebbe riuscita a superare indenne lo scoglio della grande durata (132 minuti). Così com’è si passa da una situazione all’altra attendendo il prossimo numero da circo, sbadigliando mentre i figuranti dialogano tra loro per risolvere dubbi e angosce private. E neutralizzare in questo modo il genio comico di Simon Pegg è davvero un delitto.

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Scritto da Style24.it Unit
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