L'Ultimo Padrino, il "Placido trionfo" della mafia in formato fiction

L'Ultimo Padrino, puntata uno. Anzi, no. Purtroppo è necessario tornare a Il Capo dei Capi per mettere in chiaro alcune cosette che qualche lettore ancora oggi mi fa notare. Quindi mi ripeterò, solo per poche righe. Ho già risposto singolarmente ai lettori che mi hanno criticato per questo post, lo farò anche qui per risolvere una volta per tutte il "problema Capo dei Capi".

In quel famoso post io non ho fatto una recensione della fiction prima di vederla, mi sembrava abbastanza chiaro, ho solo detto che proporre fiction con protagonisti boss della mafia poteva creare pericolosi piedistalli.

E ribadisco che c'è una grande differenza: per recensire si deve prima vedere, per allarmarsi su ciò che potrebbe succedere no. E' come se per essere preoccupati delle possibili conseguenze dell'atomica nelle mani dell'Iran bisognasse aspettare un'esplosione in Israele.

Ecco, risolta la questione Riina, si spera, ma non ne sono così convinto, passo ora al Placido Provenzano. Placido in tutti sensi. Quel povero vecchietto malato, con quella prostata che non lo lascia in pace, con quelle croci da sbaciucchiare, con quelle preghierine recitate sul tavolo delle operazioni prima dell'anestesia, con quel suo modo di fare da bravo ragazzo, con quella sua smania di potere privo di violenza (perchè la violenza una volta c'è stata, ma ora non la si vuole più), con quelle sue cenette tutto solo in canotta senza farsi nemmeno una patacca, con quel suo vivere nella povertà rinunciando ai fasti. Ecco, insomma, lui.

In una fiction che è il trionfo non solo della mafia ma anche della sigaretta libera'mmazza, io sono un fumatore quindi la cosa non mi tange, ma non si può mica girare una ficiton con tutte quelle bionde mi dicono – abbiamo ritrovato un Michele Placido in ottima forma nel ruolo che da sempre gli è più congeniale.

C'è bisogno di una nota di merito? Bè, sì. Daniele Pecci è riuscito a metterci del suo. Non ha sfoderato un personaggio intenso, questo no, ma è riuscito a dare un senso al suo ruolo con un'interpetazione che nell'economia di una fiction televisiva vale l'ambito titolo di protagonista.

La sceneggiatura? Già, dovevo ancora rispondere alla domanda che mi ero posto in questo post. Bè, ora ce l'ho. Si basa sul nulla, ma su un nulla che televisivamente parlando è pregno: di fantasia e di immaginazione, come da tradizione. 

E allora qual è il senso di questa fiction? E' un documento storico? No, la Taodue vuole solo intrattenere. Per questo qui si spera che si metta a lavoro per una miniserie su Alberto Stasi ed una su Amanda Knox. Che ce ne frega della verità, di materiale ne abbiamo. Se dovesse mancare basta far ricorso ad altro.

Scritto da Style24.it Unit
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