L'ultimo libro di Fabio Volo, la stroncatura di Berselli e i pregiudizi incrociati

Quando ho letto la critica di Edmondo Berselli sull'ultimo romanzo di Fabio Volo, Il tempo che vorrei – già in vetta alla classifica delle vendite, ho provato un certo fastidio. Perché vi ho scorto quel pregiudizio antitelevisivo tipico di un certo tipo di intellettuale, secondo cui tutto ciò che proviene dal piccolo schermo deve necessariamente essere robaccia. Insomma parole come «trash letterario» o «grado zero della scrittura», seppur usate con il condizionale, mi sono parse eccessive.

E poi lo ammetto, anche io partivo un po' prevenuto. Nel senso che Berselli non mi piace. È uno che proviene dal Mulino, rivista e casa editrice bolognese centro di quella sinistra intellettual-universitaria in cui i baroni che infestano le facoltà italiane con le loro clientele hanno pure il coraggio di fare i progressisti. Sembrano quasi i figli di papà che nel 68 giocavano a fare i rivoluzionari (in effetti in parte potrebbero essere le stesse persone).

Oppure, optando per un'ottica più benevola, si potrebbe parlare di una sinistra iper-moderata e istituzionale, quasi tecnocratica, quella dei Prodi e dei Padoa Schioppa, che crede che il riformismo si esaurisca nel buon governo e nella gestione ordinata dei conti pubblici. Gente che, dall'alto dei suoi privilegi di classe e di casta, ha pure la spudoratezza di dichiarare che «pagare le tasse è bello».

Dunque troppi pregiudizi in gioco, i miei e quelli – in realtà presunti – di Berselli. Allora mi sono messo alla ricerca di un libro di Volo in casa, e ho trovato Il giorno in più, precedente a quest'ultimo appena uscito. Senonché dopo qualche decina di pagine mi sono accorto, o meglio ho dovuto ammettere a me stesso, che mi stavo annoiando. Insomma avevo la sensazione che, più che leggendo un romanzo, stessi chiacchierando con un amico al tavolino di un bar.

Ora, parlare con un amico di fronte a un caffè può essere molto piacevole, ma da un libro ti aspetti qualcosa di più del racconto – in un italiano piatto e a tratti quasi basico – di uno che si è innamorato di una ragazza conosciuta nel tram e non sa se raggiungerla a New York, dove lei si è trasferita, per dirglielo. O meglio ti aspetti che la storia non sia fine a se stessa, che oltre il racconto, la cronaca degli eventi, ci sia qualcosa di più. Altrimenti, meglio andare al bar con un amico vero.

Dunque che dire? Primo, Berselli non aveva tutti i torti, anche se resta il sospetto che con un "non televisivo" più vicino alla sua parrocchia sarebbe stato meno sprezzante. Le librerie sono piene di romanzi stracolmi di banalità di gente che sa a stento scrivere, strano che ci si svegli solo sulla nostra ex iena. Secondo, Fabio Volo è un ragazzo simpaticissimo e per molti versi geniale, un eccellente artista della radio e della tv. Questo però non lo rende necessariamente un buon scrittore. Comunque meglio lui che Dan Brown in cima alla classifica. Ecco, almeno una stoccata a Berselli sono riuscito a piazzarla.

Scritto da Style24.it Unit
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