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L'Italia dell'invidia? È quella che vota per Berlusconi

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L'altro giorno curiosavo tra gli scaffali di una grande libreria e mi sono imbattuto nel volume, con copertina candida e foto del premier su sfondo azzurro, intitolato "L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio". Il libro come è noto contiene alcuni dei numerosi messaggi di solidarietà e affetto giunti a Silvio Berlusconi a seguito dell'aggressione di Piazza del Duomo, quando uno psicolabile lo ferì scagliandogli contro un souvenir per turisti.

La retorica berlusconiana sull'argomento la conosciamo: la parte di paese che non ama (e non vota) il leader dell'amore sarebbe alimentata da sentimenti di odio e invidia, anzi, pare di capire, da odio generato dall'invidia. Ma è possibile invidiare chi si odia? Può darsi, ma secondo me è più facile provare indivia per chi si ammira, perché viene naturale desiderare di trovarsi al posto di un proprio beniamino, per possedere quelle risorse e qualità che tanto si apprezzano, piuttosto che al posto di una persona che si disprezza. L'odio invece è un sentimento talmente negativo e totalizzante che non lascia spazio per nient'altro: quando si odia una persona si prova disgusto e repulsione, si rifiuta come irrimediabilmente corrotto e deleterio qualsiasi aspetto di quella personalità. Insomma, appare complicato provare invidia per ciò che crea ribrezzo.

Ora, fermo restando che L'Italia dell'odio e dell'amore appaiono come due semplici invenzioni propagandistiche, perché al massimo si può distinguere tra chi vota per Berlusconi e chi no senza mettersi a montare tante storie, ho l'impressione che se proprio si vuole individuare il popolo dell'invidia potrebbe essere più utile osservare dalla parte dei fan del premier.

Si sostiene, non a torto, che il Cavaliere abbia avuto successo con le televisioni perché ha portato in video ciò che l'italiano medio desiderava e desidera: donne svestiste, quiz milionari, telenovelas e polpettoni made in Usa, comicità da barzelletta e sport. Mettendo quindi in piedi una programmazione che asseconda il minimo comun denominatore del gusto italico e, al contempo, trasmette e inculca una filosofia di vita improntata al consumismo, al disimpegno e al rampantismo e imperniata sui valori del successo economico e della visibilità.

Chi si è bevuto trent'anni (ma anche meno) di questa tv commerciale a base di veline, tronisti e Beautiful, senza aprirsi a visioni del mondo antagoniste attraverso viaggi, libri, cinema e quant'altro, ha introiettato in pieno questa cultura, che conduce necessariamente a riconoscere in Silvio Berlusconi una specie di eroe o di semidio. Da amare, certo, ma anche da invidiare perché possiede tutte quelle risorse (soldi, successo, potere, fama, belle donne) che la teleipnosi mediatica ci ha convinto essere importanti sopra ogni cosa.

Magari tra i suoi fan invidiosi c'è anche chi non lo ama e – a torto o a ragione – lo considera un furbastro che, con imbrogli e raggiri, si è costruito un impero. Ma a ben vedere quest'ultimo elemento, secondo la logica di cui sopra, può apparire come un ulteriore motivo di ammirazione e invidia, in un mondo dove a sentire la tv quel che conta è avere belle auto, belle ville e belle ragazze a prescindere dai modi utilizzati per ottenerle.

Insomma, come è già stato detto, a livello inconscio molti elettori votano Berlusconi perché rintracciano nel messaggio del premier la promessa di ricevere l'opportunità di diventare, almeno un poco, almeno in piccolo, come lui. Lui che possiede tutto ciò che c'è di desiderabile e invidiabile al mondo.

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