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Le favole per gli adulti alla tv: dal Tg1 di Minzolini a Un medico in famiglia

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Le favole per adulti oggi vengono dispensate principalmente dalla scatola magica che abbiamo in salotto, nelle forme delle moderne fiction televisive (italiane), dove i buoni – quasi sempre anche molto belli – vincono sempre sui cattivi e sono capaci di gesti di esemplare altruismo e coraggio. Per esempio: i preti sono dei santi in terra che si spendono per i bisognosi e amano i bambini (nel modo più puro e innocente possibile); i poliziotti sono degli eroi senza macchia e senza paura che guidano auto scintillanti che hanno sempre il pieno di benzina; i medici sono degli angeli in camice bianco che non dormono la notte pensando alla salute dei loro pazienti.

Se uno si chiudesse in casa e si convincesse che quella è la realtà probabilmente potrebbe vivere felice, o quantomeno sereno. A patto ovviamente di non evadere dal proprio guscio domestico, perché fuori dalla porta la realtà assume delle forme un po' diverse da quelle raccontate dagli sceneggiatori delle fiction o dal telegiornale di Minzolini (a volte distinguere le due cose non è per nulla semplice).

È anche vero che pure nelle serie tv ogni tanto, per movimentare un po' la trama, ci fanno intravedere qualche cattivo: qualche poliziotto corrotto, qualche politico tangentaro, qualche medico senza scrupoli. Ma sono sempre casi isolati, mele marce che alla fine vengono sempre smascherate e punite dalle soverchianti forze del bene.

Tra i cattivi un posto importante – e direi quasi pedagogico – lo ricoprono coloro che potremmo classificare come "i cinici", quelli cioè che non si vogliono arrendere al buonismo e all'ottimismo cosmico dei protagonisti e provano, con il loro disincanto, a instillare dubbi, perplessità e scetticismo. Sono come degli italiani reali buttati nel bel mezzo del mondo fatato della fiction, che di fronte ad uno che dice: "Non voglio imbrogliare al concorso, sono sicuro che se me lo merito passerò" o "Voglio dare tutti i miei soldi per pagare l'operazione della figlia del vicino", invece di farsi venire gli occhioni lucidi rispondono: "Ma che sei scemo? Vieni qua che ti spiego io come va il mondo".

Ma siccome il mondo della fiction tricolore risponde a logiche molto diverse da quello reale, ed è guidato dalla saggia e pedagogica mano degli autori, i nostri cinici finiscono quasi sempre puniti, o ancora meglio smentiti dai fatti e quindi convertiti al trionfante buonismo che colora di happy end ogni finale.

Un esempio abbastanza illuminate di quello che scrivo – se ne potrebbero trovare tantissimi – l'ho trovato in una scena di una puntata di Un medico in famiglia replicata di recente su Rai uno. La figlia del protagonista, brava, buona, bionda e bella, va a dare un concorso in cui il padre presiede la commissione. E subito ascolta il chiacchiericcio sgraziato e gracchiante di due colleghe, brutte e male abbigliate, che parlano in termini sprezzanti della sua candidatura: "Capirai, il padre è in commissione, ha un marito medico…". Al che la bella Maria Martini interviene opponendo in sua difesa un "Magari è anche brava" e scatenando lo scherno delle due.

Sembra uno spot berlusconiano sull'Italia dell'invidia e dell'odio contro quella dell'amore: fidatevi del sistema, qua in Italia funziona tutto a meraviglia, e se anche nelle commissioni d'esame ci sono padri e zii dei candidati, e se anche gli ospedali e le università sono invase dai figli di papà, non vi sfiori il dubbio – dietrologico e comunista – che vi siano imbrogli e pastrocchi. Perché le figlie dei commissari e dei professori sono tutte belle, brave e dolci come l'angelica Maria e i padri tutti retti e onesti come Lele Martini. Insomma, vive la Patrie!

(Nella foto: l'attrice Margot Sikabonyi nei panni di Maria Martini de Un medico in famiglia).

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