In Italia c'è libertà di stampa o c'è una dittatura? Proviamo a rispondere con obiettività, questa sconosciuta

Un amico del governo Berlusconi avrebbe gioco facile a rispondermi che il fatto stesso che mi possa porre questa domanda pubblicamente è la prova che i timori in questione sono infondati e pretestuosi. Poi probabilmente continuerebbe la sua arringa difensiva citando la campagna di stampa della Repubblica e dell'Unità, l'antiberlusconismo che impazza sul web, la manifestazione sulla libertà d'informazione prevista per il prossimo 3 ottobre.

A questo punto diventerebbe difficile ribattere. Certo, a un esame più approfondito non sfuggirebbero alcune anomalie del sistema: testate di proprietà del presidente del Consiglio, giornali eccezionalmente cauti nella critica al governo e una stampa d'opposizione, a parte il gruppo L'Espresso, fondamentalmente marginale. E, cosa ancora più grave, perennemente minacciata dal premier.

Però certo parlare di assenza di libertà e di dittatura potrebbe apparire eccessivo. Almeno finché non si arriva a discutere di televisione. In questo caso lo scenario cambia e ci si trova di fronte un'informazione che oggettivamente ricorda molto da vicino quella di uno stato autoritario. Non c'è bisogno di scendere nel dettaglio, basta ricordare che cinque telegiornali su sei sono del tutto appiattiti su una linea aprioristicamente filo governativa, che le rubriche di approfondimento sono gestite da giornalisti graditi all'esecutivo e che gli stessi programmi di intrattenimento sono attentissimi a non sfiorare tematiche politiche che possano urtare la suscettibilità di chi ci governa.

Ora, il problema è che in Italia il 70 per cento degli elettori si informa prevalentemente (avverbio che nella maggior parte dei casi può essere sostituito da un "esclusivamente") attraverso la televisione. Immagino già l'obiezione degli amici del governo Berlusconi: va bene, ma Santoro, la Gabanelli, Fazio, la Dandini, dove li mettiamo?

È vero: esistono ancora in tv (ma solo in Rai) delle isole di informazione e/o intrattenimento indipendenti. Sono poche, quelle citate e forse qualche altra, e risultano perennemente sotto attacco e a rischio chiusura. Un rischio concreto, non teorico, se vi ricordate, per esempio, cosa successe nel 2002 quando per ordine del presidente del Consiglio furono cacciati dalla televisione pubblica Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi.

Però le isole esistono, non c'è dubbio. Ma c'è da considerare che trasmissioni come Anno Zero o Report sono seguite da un pubblico particolare, interessato alla politica e informato oltre la media, spesso già politicamente orientato e abituato a usufruire di tutti gli altri mezzi di comunicazione. Un pubblico insomma fondamentalmente diverso da quel 70 per cento citato prima che usa solamente la televisione.

Questo famoso 70 per cento, ma poniamo sia anche il 60 o il 50, rappresenta l'ineffabile maggioranza silenziosa del paese, quella che si interessa di politica, sovente con fastidio e stanchezza, solo al momento del voto e che, per tenersi informata, si limita a seguire distrattamente il telegiornale all'ora di cena o di pranzo (specialmente il notiziario di Rai uno e di Canale 5). E poi si butta su Grandi fratelli o simili, o magari fa anche altro, poco importa. Importa che almeno metà del paese fruisce di un'informazione da stato illiberale.

Il 50-60-70 per cento degli italiani, non sottilizziamo sulle cifre, finché non si deciderà a leggere qualche giornale e ad accendere un pc, è destinato a vivere in un'Italia più vicina all'Iran che all'Europa o agli Usa, almeno dal punto di vista della libertà d'informazione. È rispetto a questa parte importante di opinione pubblica che, credo, non sia insensato parlare di regime e mobilitarsi.

(Nella foto a lato: Marco Travaglio, il suo contratto non è ancora stato rinnovato dalla Rai).

Scritto da Style24.it Unit
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