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Frank Zappa morte: l'anniversario dei 20 anni dalla scomparsa

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Un’enciclopedia intera non basterebbe a riassumere una carriera vasta e densa come quella del musicista

Parlare di musica è come ballare di architettura“.

La famosa frase tradizionalmente attribuita a Frank Zappa, in realtà pronunciata dall’attore Martin Mull, è un comodo ed efficace viatico per un tributo postumo al genio del compositore di Baltimora proveniente da una famiglia di origine italiana.

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Sia perché – a conti fatti – è quasi impossibile imbastire un discorso coerente ed esaustivo riguardo l’opera multiforme, muscolare e intellettuale, bulimica fino allo spasimo del compositore-arrangiatore-musicista-direttore d’orchestra, sia in quanto a tutti gli effetti rappresenta bene la posizione assolutamente isolata, eccentrica, laterale nel mondo della musica, un unicum irripetibile che ha influenzato profondamente i suoi successori e allo stesso tempo è rimasto inascoltato (c’è qualcosa di sublime e perverso insieme nel fatto che la citazione più famosa, che gli calzerebbe a pennello, sia in realtà di altri).

Nato il 21 dicembre 1940 e morto il 4 dicembre 1993 a soli 53 anni non ancora compiuti per un cancro alla prostata, Frank Vincent Zappa è a tutti gli effetti una delle figure più importanti del 900, fosse anche solo per la vastità delle esperienze sonore espresse in qualcosa come quasi un centinaio di album (tra quelli editi in vita e i postumi curati dalla Zappa Family).

Visse come un hippy, un girovago, un nomade in cerca di libertà, al punto tale che il suo disinteresse per l’igiene personale divenne leggendario, ma non volle mai avere a che fare con nessuna sostanza psicotropa, tanto che cacciò più volte i compagni di band che avesse scoperto intenti all’uso di qualche droga. Ferocemente polemico nei confronti della società americana e delle sue ipocrisie, dedicò un numero sterminato di canzoni satiriche dalle tematiche socio-politiche, sempre attraverso il filtro di un’ironia bizzarra e sagace ulteriormente ribadita dall’uso della musica tradizionale statunitense come base per le sue composizioni.

Uno stile, il suo, che da onnivoro musicale ha attraversato i confini e lacerato etichette per assimilare tutto ciò che gli permettesse di riempire le righe dello spartito con delle note nere (l’attività che prediligeva sopra ogni altra, quella della composizione assorta e silente, quasi che poi l’effettiva esecuzione fosse un tradimento alla purezza del suono nella sua testa). Impresa ardua dire in quale ambito non si sia cimentato: rock, jazz, fusion, psichedelia, rock progressive, “musica classica”, esperimenti col synth (il famigerato synclavier), avanguardia vera e propria.

Influenzato dalla ricerca ritmica e dalla musique concrete di Edgar Varèse, uno dei miti più duraturi della sua formazione artistica, Zappa ha sempre badato molto all’aspetto percussivo della sua musica, fino ad arrivare a quel mostro batteristico che è The Black Page, tra le pagine più intricate e dense nella storia dello strumento.

Frank fu anche un eccellente chitarrista, dotato di un senso melodico istintivo quanto piacevole, una vera e propria macchina da guerra sul palco, come testimonia la serie discografica dei You Can’t Do That on Stage Anymore, una raccolta praticamente infinita dei migliori live delle sue band, nelle quali è possibile ascoltare assoli incredibili improvvisati all’istante.

Artista dalle molteplici contraddizioni, semplice e complicatissimo, popolare e all’avanguardia, libero e precisissimo, in quello che probabilmente è il suo album più ascoltato e conosciuto, Hot Rats, arrivò persino a proporre la celeberrima The Gumbo Variations, una torrenziale jam che parrebbe frutto di interazioni estemporanee tra musicisti su una base melodica concordata: peccato che – almeno stando a quanto afferma la leggenda – a tutti gli effetti la composizione sarebbe stata interamente scritta da Zappa, assoli inclusi.

La vicenda artistica è piena di aneddoti del genere, ma forse è meglio non dilungarsi troppo e lasciare parlare la musica. D’altro canto, come disse il Nostro, questa volta per davvero, “gli articoli dei giornalisti di musica rock sono scritti da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere.

Scritto da Style24.it Unit
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