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Dal Grande fratello a X Factor, la civiltà passa anche dalla bugia

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La differenza che salta più all’occhio, dalla visione comparata dei grandi format internazionali di talent show come X Factor o America’s got talent, è il diverso atteggiamento dei giudici, che può darci degli indizi sulla differenze culturali dei vari paesi. Negli Usa la giuria è tanto chiassosamente entusiasta di fronte ai presunti talenti, quanto cinica e impietosa – ai limiti della volgare presa in giro – nei confronti di chi è giudicato mediocre e inadatto. Da un lato l’etica del lavoro calvinista e dall’altro il mito del sogno americano lavorano nel costruire una società in cui la concorrenza spietata, anche crudele, è considerata un valore, perché permette di selezionare al meglio e di premiare solo chi davvero lo merita.

In Italia invece l’atteggiamento dei giudici, per quanto non manchi chi scimmiotta un po’ il modello anglosassone (come Rudy Zerbi in Italia’s got talent), è sensibilmente diverso: meno fuochi d’artificio nel premiare e più tatto e cautela nel bocciare. Anche di fronte alla palese mediocrità, il giudice italiano tende a mostrare comprensione ed empatia nei confronti del concorrente, ed evita quasi sempre stroncature impietose e umilianti. Anche questo atteggiamento esemplifica bene un tratto tipico della nostra cultura, che si fonda sulle radici catto-comuniste del compromesso storico, e che è portata, almeno a parole, a non lasciare indietro nessuno e a preoccuparsi di chi non ce la fa.

Il modello italiano, soprattutto in ambito scolastico e lavorativo, è accusato di disincentivare una sana concorrenza e sortire pericolosi effetti di livellamento. Può darsi, ma devo dire che nel contesto di un talent – dove le regole del gioco impongono che comunque qualcuno venga promosso e molti altri siano bocciati – è di gran lunga preferibile l’Italian way of live.

Perché i rapporti sociali, la pacifica convivenza tra gli individui che sta alla base di ogni società che si tenga in piedi, sono basati sul rispetto di alcune fondamentali regole di etichetta che obbligano le persone a sorvolare sui difetti e le mancanze degli altri, in un gioco reciproco di piccole bugie e omissioni quotidiane che consente a ognuno di salvare la faccia. È quello che più comunemente chiamiamo tatto, e vi si potrà anche scorgere un po’ di ipocrisia, ma è ciò che tiene coesa una comunità e che ci evita di litigare con ogni persona che non ci va a genio, o di ferire le persone  a cui teniamo.

Curioso notare come gli individui meno socializzati, cioè culturalmente più marginali, rivelino una forte assenza di tatto. Nel Grande fratello, trionfo della mediocrità sociale e popolato da truzzi che hanno assorbito acriticamente certi modelli televisivi americani, va molto di moda tra i concorrenti presentarsi come uno di quelli “che dice in faccia le cose che pensa”. Come se fosse un gran merito. Invece, è solo primitivismo sociale.

(In foto: Rudy Zerbi, giudice “cattivo” di Italia’s got talent).

Scritto da Style24.it Unit

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