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Crash Tv: ecco i dieci Peccati Capitali della Televisione italiana

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Ecco i dieci peccati capitali della televisione italiana.

1.
la televisione che non funge più da veicolo di verità, conoscenza, comunità, ma si è rattrappita in vuota immagine, forma estetica, potere di pochi, logica di disinformazione, incantesimo di massa

2.
la televisione dei commentatori, cronisti, opinionisti e "agitatori" del mondo del pallone che hanno inventato, pianificato e perseguito giornalmente una autentica scienza del nulla con la quale riempiono le teste dei più fragili di dati, statistiche, tabelline, biografie di calciatori e società, creando una vera e propria storia di rifugio doppia rispetto a quella vera, che porta a forme di riscatto violento e fazioso

3.
i telegiornali velinari e ingessati e i loro direttori con occhialini, voce impostata e doppio petto che fingono professionalità e intellettualità, ancora pronti a concedere minuti e minuti ai pettegolezzi della politica come se fossero "notizie", dignità che non attribuiscono, invece, a problemi serissimi e contraddizioni sociali fortissime che riguardano l'intero Paese e la gente comune, e che restano assolutamente non indagati

4.
la TV dei reality che ci stanno sempre più abituando agli sprofondi di una forma elettronica di democrazia dove vince chi viene votato per simpatia, dove si va avanti e si guadagna quanto più si appare, ci si spoglia della propria intimità, si trasporta la propria vita su un set; mentre chi studia, fatica e si sacrifica in silenzio rischia attese e angoscia per tutta la vita
5.

tutte le trasmissioni televisive patinate che inneggiano alla bellezza, al corteggiamento, al "tronismo", alla nascita di "amori" davanti alle telecamere, che stanno distruggendo il valore della discrezione, il gioco della seduzione, la profondità dei sentimenti, sviluppando una "casta" di mostri televisivi, poveri imbecilli prezzolati e gonfiati nel loro inutile ego, che predicano il nulla del non-pensie-ro trascinando con sé intere masse – soprattutto di giovani – che cercano spasmodicamente la TV come unica forma di felicità e affermazione di sé

6.
la televisione del "talento" e dell'arte a tutti i costi trasformata in "dote innata", gesto spontaneo, dono della natura, scissa dal pensiero e dalla cultura. La televisione che sta abituando, da un lato, un'intera generazione di ragazzi a confrontarsi con le telecamere prima che con la vita e il suo reale valore, e dall'altro, chi organizza show atti a succhiare l'energia del proprio squallido mantenimento dai loro sogni e dalla loro fragilità, che ne risulta, così, moltiplicata

7.
tutti quei personaggi televisivi che, dichiaratamente e senza timore di essere contestati (donne, soprattutto, nell'ultimo periodo), anzi ottenendo maggiore consenso e affetto fra gli spettatori, hanno trasformato la loro immagine pubblica in una consorteria sfacciata all'interno della quale favoriscono amici e conoscenti, raccomandati e "figli di", assurgendo così a santi protettori della "loro" idea di merito che spinge a non chiedersi più nemmeno quali siano i veri e più giusti criteri di scelta

8.
la televisione che filma e proietta immagini di lutto, sofferenza, malvagità, debolezza, miseria e morte senza mai arrivare alle cause, senza mai suscitare l'orrore e la riprovazione, senza mai allargare gli scenari, senza mai cercare i colpevoli, senza mai bussare alla porta dei responsabili, preferendo stimolare la compassione e l'isolamento nell'animo degli spettatori piuttosto che una presa in carico del proprio destino

9.
la televisione della finta disinibizione e delle "allegre" pornografie legate al corpo e alla bellezza, soprattutto quella femminile, diventata sempre più nel tempo mercé e moneta per carriere, forme di potere e di pressione sull'immaginario delle persone che guardano invidiando e sperando in un analogo traguardo di nullità esibita e ben remunerata

10.
tutto quanto in televisione sa di falsità, osceno, volgarità, bugie, pettegolezzo, contro tutte le facce che sempre ritornano, contro la politica spettacolarizzata che non dice più nulla, contro il tele-giornalismo impiegatizio, contro il naufragio delle certezze che innescano solo la voglia di quiz e spensieratezza, contro i finti guru che addomesticano i nostri cuori, contro il tritacarne delle disgrazie che non ci fanno capire meglio il mondo, contro chi gestisce il proprio potere accaparrandosene fette sempre più cospicue nel disprezzo più totale di chi vede e ascolta oltre lo schermo, contro il rigoglio della Vita trasformata dalla Televisione in giostra, mattatoio, arida platea, folle pulsantiera, trincea della demenza, supplizio di Tantalo di fronte ai "fortunati" che stanno al di là e tutto posseggono, il Reale e l'Illusione.

© 2009, Coniglio Editore

Li ha elencati nel suo libro "Crash Tv, filosofia dell'odio televisivo", Carmine Castoro, filosofo, giornalista e autore televisivo di programmi di RAI e Sky.

Il decalogo che ho trascritto dal sito Wuz non deve trarre in inganno: Crash Tv non è un libro moralisteggiante, ma l'opera intelligente di un addetto ai lavori consapevole e costruttivo, che chiama a raccolta gli internauti per creare un movimento di opinione (scrivete se interessati a crashtv.castoro@gmail.com ).

Lo scrittore pugliese ha il merito di rivedere in questo volume in modo nuovo i luoghi comuni della critica televisiva contemporanea, dai modelli di relazione aggressivi e diseducativi dei talk show all'uso mercificato del corpo femminile nei Varietà.

A proposito della verosimiglianza televisiva, chiave di lettura essenziale della nostra società dominata dai mass media, Castoro conia il neologismo "posticceria" per definire l'approssimazione e l'impreparazione dei personaggi del piccolo schermo.

La "posticceria", spiega, è una impostura che serve ai vip ed ai loro gruppi di lavoro per imporre una verità pubblicitaria, commerciale, inquinata alla fonte.

"Ilaria D'Amico finge di sapere ciò che non sa. Paola Perego finge di non sapere ciò che sa. Simona Ventura finge di essere ciò che non è. Alessia Marcuzzi finge di non capire ciò che capisce. Maria De Filippi finge di non essere ciò che è…(è un) "tripudio del fasullo e dell'osceno in un crescendo spaventoso che va ben oltre la semplice categoria del 'patinato' televisivo'

[…] Un processo di falsificazione speculare e filigranato, una retorica strumentale che usa il non-vero come arte della pura seduzione verbale, che illude sul senso e sulla partecipazione affettiva, sul progetto e sul rispetto individuale e su tutta la dimensione dei sentimenti comuni: la solidarietà, l'aiuto, l'intimità, l'ascolto, la rivelazione di un desiderio, di un bisogno, di un dolore, anche solo la dimostrazione di una competenza e di un valore di lotta a favore di tutti".
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