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Com'è nata la fortuna di Berlusconi? Agli italiani non interessa, e forse non è così strano…

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Sui modi e i soldi con cui Silvio Berlusconi ha costruito la sua fortuna e il suo impero televisivo aleggiano da sempre molti dubbi e sospetti. Nella sentenza della II sezione del tribunale di Palermo, che ha condannato Marcello Dell'Utri, storico braccio destro del Cavaliere, si legge: «Non è stato possibile, da parte dei consulenti (del pubblico ministero e della difesa), risalire in termini di assoluta certezza e chiarezza all'origine, qualunque essa fosse, lecita od illecita, dei flussi di denaro investiti nella creazione delle holding Fininvest». E sulla vicenda il premier non ha mai sentito la necessità di fare chiarezza, anzi, interrogato sui fatti nel 2002 si avvalse di fronte ai giudici della facoltà di non rispondere.

Ma le perplessità non riguardano solo le origini della fortuna, ma la sua stessa gestione nel corso degli anni, tanto che è ormai quasi scontata la richiesta di un rinvio a giudizio per i vertici Mediaset, Berlusconi compreso, in merito alla compravendita dei diritti televisivi degli ultimi vent'anni. Il sistema truffaldino era, secondo la ricostruzione dei pm, molto semplice: Fininvest e Mediaset poi acquistavano a prezzi gonfiati – circa il doppio del valore di mercato – i diritti di programmi televisivi americani, poi tramite un mediatore di fiducia, tale Frank Agrama, il sovrappiù pagato veniva dirottato in fondi neri messi a disposizione di Silvio Berlusconi, sfuggendo completamente agli azionisti e al fisco.

Di tutte queste faccende agli italiani, o almeno ad una parte rilevante di essi, sembra importare pochissimo, e forse non c'è troppo da stupirsi che sia così. Robert Merton, in alcune celebri e bellissime pagine di sociologia della devianza, spiega che quando in una società, come quella americana o quelle occidentali americanizzate, gli obiettivi culturali socialmente condivisi – per esempio: diventare ricchi, famosi e potenti – diventano più importanti delle regole morali e giuridiche che dovrebbero disciplinare le azioni degli uomini, è altamente probabile che le persone chiudano un occhio sui mezzi e badino solo al fine da conseguire.

Merton faceva notare che quasi tutte le grandi fortune dei tycoon americani sono nate in modi quantomeno discutibili, ma alle gente tutto questo non è mai interessato: una volta arrivato alla ricchezza e al potere, una volta cioè conseguite quelle mete che il pensiero dominante ci insegna ad apprezzare e ammirare in maniera incondizionata, ad un uomo viene perdonato qualunque peccato. O meglio: il suo passato viene dimenticato, perché nella logica del capitalismo importa solo che uno ce l'abbia fatta, pochissimo del come, con quali mezzi e accettando quali compromessi.

Poi certo, l'opinione pubblica è volubile e nei paesi dove esistono dei contropoteri forti e autorevoli, come negli Stati Uniti, è facile che i cittadini, di fronte a delle buone argomentazioni, voltino le spalle persino agli uomini più potenti. È successo anche recentemente, con il disastro della finanza e lo scandalo dei titoli spazzatura. In Italia le cose vanno un po' diversamente, perché può capitare che il potente sotto osservazione scriva le leggi che devono seguire i magistrati nel giudicarlo e sia proprietario dei mass media che dovrebbero controllarlo. Una situazione del genere di certo Merton non l'avrebbe potuta prevedere.

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