C'è chi dice no e lo strano silenzio di tv e giornali sui raccomandati del film

C’è chi dice no, commedia all’italiana che si ispira al glorioso filone del “cinema sociale” dei Risi e dei Monicelli, è un film gradevole e intelligente, a cui forse mancano un po’ di cattiveria e di cinismo ma che tratta con talento narrativo uno dei temi più scottanti dell’attualità  italiana: quello della precarietà del lavoro, della diseguaglianza di classe (con buona pace dei nostri politici, un problema ben lungi dall’essere superato) e dell’antimeritocrazia del mercato del lavoro italiano, dove i posti di potere (e non solo quelli) vengono tramandati di padre in figlio, e conta molto di più la raccomandazione del potente rispetto all’impegno e alla bravura.

Protagonisti della storia sono i volti noti Luca Argentero e Paola Cortellesi, più il bravissimo Paolo Ruffini finalmente liberato dai cinepanettoni; tre ultratrentenni che dopo una vita di studi e di precariato, quando stanno finalmente per afferrare l’agognato posto fisso, si vedono sfilare il lavoro dai soliti raccomandati. Da qui la decisione di vendicarsi con azioni di stalking sui “ladri di merito”.

Perfetta (e tremenda) anche la rappresentazione dell’università italiana come covo di ignoranti e incapaci dove i pochi bravi occupano la cattedra solo per qualche fortunata coincidenza, della sanità in mano a una cricca di truffatori che si arricchiscono alle spalle dei contribuenti e dei mass media come luoghi per eccellenza del nepotismo, dove i grandi editorialisti scrivono saggi sull’etica e sul merito e poi sono pappa e ciccia con la politica e sistemano i figli nelle redazioni dirette dagli amici.

Insomma non un capolavoro ma un film interessante, che per un volta lascia perdere le puerili e straviste schermaglie tra i sessi dei film alla Maschi contro femmine o viceversa e affronta un tema sociale di grande importanza e attualità. Però, caso strano, la televisione, che è sempre pronta a dare visibilità a qualsiasi vaccata in uscita sul grande schermo, soprattutto se può vantare nel cast qualche personaggio tv di grande richiamo, questa volta – con qualche eccezione – sembra aver dato pochissimo spazio alla pellicola. Come se sul tema delle raccomandazioni fosse meglio mettere il silenziatore.

Del resto anche la stampa di sinistra sembra avere snobbato il film. Per carità, ripetiamo che Monicelli è molto lontano, ma ancora una volta non possiamo fare a meno di notare quella tendenza – indegna allo stesso modo della raccomandazione – a promuovere prima di tutto quelli della propria parte, la conventicola de sinistra, i mammasantissima dell’apparato progressista, e poi, forse, con molta prudenza, se c’è spazio, pensare un po’ anche alle seconde fila.

Per dire, tre anni fa Tutta la vita davanti di Virzì, film sul precariato insulso e con i soliti personaggi stereotipati, incontrò ben altra attenzione, mentre in queste ultime settimane si è parlato solo dell’ultimo, stilisticamente bello ma in fondo trascurabile, lavoro di Nanni Moretti. Insomma, che siamo italiani lo si vede un po’ dappertutto, anche dove meno te l’aspetti.

Scritto da Style24.it Unit
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