«Berlusconi un corruttore? Chi se ne frega». Il delitto perfetto di 15 anni d'informazione di regime

La pubblicazione delle motivazioni della sentenza su David Mills da parte del tribunale di Milano, che asserisce di aver condannato l'avvocato inglese perché colpevole di essersi fatto corrompere dal presidente del Consiglio per testimoniare il falso, in qualunque altro paese del mondo avrebbe creato un terremoto politico e mediatico di proporzioni gigantesche. In Italia la notizia viene data come tante altre, stando bene attenti a dare massima visibilità alla difesa del premier, e nell'apatia e nel disinteresse dell'opinione pubblica.

Ma perché alla gente non importa di avere un premier giudicato un corruttore?

Per provare a dare una spiegazione di questa particolarissima situazione, con tv e giornali che difendono il potere politico piuttosto che la magistratura e gli elettori che si mostrano largamente indifferenti di fronte ad accuse tanto gravi, proviamo a fare un salto indietro nel passato, all'epoca di Mani pulite.

Molti hanno sostenuto che Tangentopoli e la conseguente catastrofe del sistema di potere della Prima Repubblica siano stati possibili grazie all'ostilità che gli italiani maturarono, alla fine degli anni ottanta e all'inizio dei novanta, nei confronti di quella classe politica. Ma non è così. Come dimostra Pier Paolo Giglioli, studioso che a lungo si è occupato di questi temi, i dati smentiscono questa ipotesi: il crollo del sostegno popolare al sistema di potere del pentapartito avvenne ben dopo l'inizio dell'inchiesta della procura di Milano, cioè verso i primi mesi del 1993.

Ciò che rese possibile la crisi di Tangentopoli fu «il riallineamento della magistratura e del sistema dei media su posizioni ostili al ceto politico», come scrive sempre Giglioli. Solo in seguito arrivò l'ondata di protesta e indignazione popolare che travolse tutto, ondata prodotta – appunto – da un'informazione che, con voce unanime, aveva deciso di scagliarsi contro la corruzione del potere politico.

Dopo il 1994 e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, quando la magistratura comincia ad avvicinarsi pericolosamente al Cavaliere, il ruolo dei media – ostaggi del conflitto d'interesse – si ribalta: da amici dei giudici, giornali e (soprattutto) tv si trasformano in difensori del nuovo potere politico e in grandi accusatori di pm e tribunali.

In questi anni infatti abbiamo assistito a un paziente e lungo lavoro di disinformazione dei media berlusconiani, a cui – per pavidità e convenienza – si sono più o meno adeguati tutti gli altri: la magistratura è stata costantemente delegittimata, descritta come inaffidabile o addirittura presentata come un soggetto politico animato da propositi di vendetta nei confronti di Silvio Berlusconi.

Insomma, se gli italiani oggi si mostrano in buona parte indifferenti rispetto alle pesanti accuse che pendono sulla testa del presidente del Consiglio, la ragione va cercata nell'opera di manipolazione esercitata da tv e giornali che, da quindici anni a questa parte, si sono impegnati a distruggere la credibilità della magistratura di fronte all'opinione pubblica, dipingendo i giudici occupati nei processi sul Cavaliere come un gruppo di estremisti politici intenti a destabilizzare le istituzioni repubblicane. Accusa del tutto inverosimile e, del resto, mai provata da nessuno.

Oggi semplicemente tutto questo continua, e i mass media di regime hanno buon gioco a giustificare la loro scarsa e occasionale attenzione nei confronti delle vicende giudiziarie del premier prendendo a pretesto il disinteresse della gente. Quel disinteresse che loro stessi hanno contribuito a creare e si impegnano a mantenere.

(Nella foto di lato: l'avvocato David Mills).

Scritto da Style24.it Unit
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