Alessandro Sallusti in carcere e la sfida stampa-politica

Spiccato l’ordine di carcerazione per Alessandro Sallusti mentre in parlamento, sotto la scusa di un provvedimento che salvi dalla galera il direttore de Il Giornale, si lavora a inasprire ulteriormente le pene contro l’informazione

Poco importa quanto possa risultare screditato e odioso Alessandro Sallusti (e in questo blog sulla sua direzione de Il Giornale ci siamo andati giù durissimo), il punto – recepito da tutti a parte gli estremisti per posa – è che in un paese civile nessuno può andare in galera per quello che ha scritto (e Sallusti, in realtà, finirebbe dentro per un articolo scritto da un altro, il cattolico con la bava alla bocca Renato Farina).

Normalmente si dice: ci vogliono solo pene pecuniarie. E io anche qua ci andrei cauto, perché la minaccia di querele milionarie (ma per un normale giornalista o blogger pure il rischio di dover pagare qualche migliaio di euro può essere visto come un incubo) è un’altra arma straordinaria per tacitare l’informazione, per convincere il cronista a più miti consigli se non proprio a fare marcia indietro. Certo, la diffamazione va punita (soprattutto quando, come nel caso dell’editoriale di Farina, più che esprimere opinioni riporta circostanze false), ma per aggiustare le cose basterebbe l’obbligo di rettifica, lasciando la sanzione economica come extrema ratio.

I nostri politici però non sembrano pensarla in questo modo, e investiti dal caso Sallusti e dalla necessità di non apparire nel mondo come quelli che mandano in galera i giornalisti (ci manca giusto questa per completare la collezione delle figuracce internazionali), si sono messi a lavorare – con la consueta calma – a un provvedimento che risolva l’inghippo. Ma l’occasione fa l’uomo ladro, e in parlamento sembra intenzionati – più che a salvare il direttore del Giornale – a rivedere tutta la normativa sulla diffamazione, magari escludendo il carcere ma rafforzando l’apparato repressivo della legge, fin al punto di rendere nulla qualsiasi tutela editoriale a favore dei giornalisti.  Per fare nomi e cognomi, l’emendamento è di Giacomo Caliendo del Pdl.

Sallusti, e di questo gliene va dato atto, ha detto di preferire il carcere a un pasticcio del genere e di non volere essere usato come paravento di norme che colpiscono l’informazione. La verità è che mai come in questo momento i politici si sentono sotto assedio, e temono la tenaglia mediatico-giudiziaria che all’inizio degli anni 90 portò alla caduta ingloriosa della Prima Repubblica. Perché avvertono che il giornalismo italiano sta riprendendo un briciolo di coraggio e che, sebbene ancora impantanato nel gioco delle partigianerie incrociate, è costretto per sua natura (e per non perdere pubblico) a cavalcare l’indignazione popolare, rincorrere gli scandali e persino amplificarli.

Pure i media berlusconiani, chiaramente tenendo fuori il padrone dalla crociata anticasta, sembrano animati dallo spirito contestatario e giustizialista dei tempi di Tangentopoli. Qualcuno, da sinistra, fa notare che si tratta semplicemente di una manovra per far apparire tutti uguali e annegare le diverse responsabilità nella condanna generale. Può anche essere, ed è vero che la destra nel campo della corruzione sembra non avere rivali, ma non è che dall’altra parte ci stiano solo le anime belle. Per dire, Fiorito in confronto a Lusi è quasi un ladro di galline.

Scritto da Style24.it Unit
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