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Al diavolo la privacy, via il bollino nero dai volti delle canaglie nelle inchieste tv!

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Ieri in prima pagina su Repubblica, Michele Serra raccontava un piccolo episodio avvenuto a Riccione, esemplificativo del clima di perenne illegalità che si respira nel nostro Paese. Quattro ragazzini prendono la pizza in un locale del centralissimo viale Ceccarini, se la danno a gambe senza pagare il conto ma – al contrario dei film americani dove queste bravate riescono sempre – uno dei quattro viene acciuffato dal personale del ristorante. Che, invece di risolvere la questione civilmente o chiamare la polizia, inizia a massacrare di botte il ladro di pizza, tra la curiosità e l'indifferenza dei passanti.

Letto l'articolo e metabolizzata l'indignazione, mi sono chiesto perché mai l'ottimo Serra non avesse riportato il nome del locale, di modo che le persone sane di mente possano evitare di entrarci per i prossimi cinquant'anni. E mi è venuto da pensare anche ai bollini neri o ai mega pixel che in genere spiccano sui volti dei furfanti incastrati dalle inchieste televisive di programmi di successo come Striscia la notizia o Le iene, dove l'identità di molestatori sessuali, corruttori, finti medici, evasori, maghi e guaritori arraffa soldi è sempre puntualmente nascosta. Per la massima, del tutto discutibile – soprattutto se si sta parlando di giornalismo – secondo la quale si dice il peccato ma non il peccatore.

E invece no, io voglio, esigo di sapere anche il nome e il cognome del peccatore, e di vederlo in faccia. In modo che un domani non possa trovarmi, a mia insaputa, a dover pagare una pizza a un picchiatore fascista, a dovermi far curare un dente da uno con la licenza media o a dover dare la mano a un viscido bastardo che approfitta della sua posizione di potere per portarsi a letto le ragazze.

So che siamo nel Paese della privacy iperbolica, dove il Governo con la scusa della tutela dei dati personali progetta di mettere la mordacchia alla magistratura e alla stampa, ma finché saremo in grado di resistere al tentativo di ridurre la nostra democrazia a una sottospecie di repubblica delle banane in stile Birmania, la stampa conserverà il diritto-dovere di informare i cittadini nel modo più completo ed esaustivo possibile. Raccontandoci tutto quello che è in grado di raccontarci, e anche mostrandoci i volti dei farabutti che riesce ad inchiodare.

Nelle democrazie avanzate dell'Occidente, tanto per intenderci, le cose vanno in tutt'altro modo: negli Stati Uniti una sentenza della Corte Suprema consente ai giornalisti di pubblicare, senza timore di ritorsioni legali, anche materiali ottenuti illegalmente e un po' in tutta Europa e nel Nord America molte delle inchieste giornalistiche più importanti sono realizzare con microfoni e telecamere nascoste, e hanno come principale bersaglio non maghi e finti dentisti di provincia ma politici e personalità di assoluto rilievo (il cui volto viene tutt'altro che oscurato).

L'ultimo esempio ci viene dall'Inghilterra, con la duchessa Sarah Ferguson incastrata dai reporter del tabloid News of the World, che l'hanno filmata mentre intascava mazzette e poi hanno pubblicato il video senza lo scandalo di nessuno. Anzi, con applausi generalizzati da parte dei lettori e dei colleghi per l'ottimo lavoro svolto. Ecco, nei paesi seri il giornalismo è questo, da noi – che un paese serio non lo siamo mai stati e forse non lo diventeremo mai – ci raccontano la favoletta della privacy per farci digerire la presenza di una classe dirigente ormai divenuta una vera e propria casta di intoccabili e l'operare di una stampa ridotta a strumento di propaganda e tutela della casta di cui sopra. Purtroppo noi italiani siamo bravissimi a berci le favolette.

(Un'immagine del video con Sarah Ferguson di News of the World trasmesso in un'edizione del Tg1).

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